Top 10 NBA, i migliori giocatori senza presenze agli All-Star Game

La notte delle stelle non fa sconti a nessuno e spesso qualcuno davvero meritevole di essere considerato tale si trova a dover guardare il fortunato che ha preso il suo posto

Siamo padroni delle nostre scelte, a volte si hanno preferenze legate alla simpatia, mentre altre sono strettamente riconducibili a ciò che vediamo sul campo. Non necessariamente chi viene votato è il migliore, spesso anche solo il contesto di cui fa parte aiuta a far risaltare i suoi pregi a discapito di chi trascina da leader un team meno noto.

Fin ora sono state giocate sessantanove edizioni della partita delle stelle, ci hanno divertito, ci hanno fatto addormentare sia a causa del gioco poco competitivo sia per l’orario maledetto in cui viene giocata, ma poter essere noi (in parte) i fautori dei quintetti e delle riserve di East vs West è quel che più ci interessa.

Qui noi abbiamo stilato una lista di dieci tra i migliori giocatori (già ritirati) che non hanno potuto fregiarsi del titolo di All-Star; a questi abbiamo aggiunto anche un undicesimo bonus, poiché ancora in attività, ma che difficilmente vedremo nella partita della Domenica sera nonostante lo abbia meritato anche più di una volta.

#10. Monta Ellis

Come non cominciare dal “Mississippi Bullet”, divenuto famoso molto di più per essere stato la vittima sacrificale dei Warriors per fare spazio alla dinastia Curry & co, piuttosto che per le sue capacità di scorer efficiente. Guardia con la media fissa di 20 punti a stagione, un ladro di palloni tra i migliori nella Lega e l’anima dei Golden State a cavallo tra il 2005 e il 2010, poi la cessione ai Bucks, in seguito i Mavericks e infine i Pacers, giocando quasi sempre l’intera stagione e sedendosi poche volte in panchina. La stagione perfetta per essere scelto anche solo come riserva di Ovest è la 2009-10, in cui infila 25.5 punti e 5.3 assist di media, aggiungendo il solito apporto da ball-stealer con ben 2.2 rubate. Non se ne fece nulla, un Kidd 39enne venne convocato per rimpiazzare Paul (infortunato) come premio alla carriera; Ellis ormai fermo da oltre tre stagioni ha pensato più volte di tornare, ma mai veramente covinto.

#9. Happy Hairston

Tempi antichi e una scelta sul fondo del barile al Draft del 1964 eppure in Harold “Happy” Hairston c’era qualcosa di più. In dieci anni di attività solamente quelli con la divisa dei Royals di Cincinnati non li ha chiusi in doppia doppia di media, poiché appena passato in maglia Lakers è diventato una delle ali adattabili (giocando sia come ala grande sia come ala piccola) più forte della NBA. A Los Angeles lo considerano uno dei cinque migliori giocatori passati per la California a non aver mai ricevuto una selezione da All-Star; altri giornalisti e siti americani lo mettono di sicuro tra i primi dieci e noi vogliamo premiarlo con un nono posto. Giocatore da 18 punti e 13 rimbalzi di media nelle sue annate migliori, ma con la “sfortuna” di aver giocato con Chamberlain, West ed Elgin Baylor, quest’ultimo considerato di sicuro l’ala più forte tra i due. Un titolo vinto nel 1972 lo ha fatto rimanere “Happy”.

#8. Orlando Woolridge

Jordan prima di Michael Jordan. No, non ci siamo bevuti il cervello, Orlando Woolridge era la bocca di fuoco dei Bulls prima di MJ ed è considerato uno dei migliori schiacciatori della storia, nonché promotore degli alley-oop. La difficoltà nel farlo giocare in coppia col giovane Mike costrinse i tori a scambiarlo e da lì in poi i guai fisici ebbero la meglio sulla sua carriera che prese a calare rapidamente. Nella stagione 1990-91, l’unica in maglia Nuggets, l’ala della Louisiana conquistò il Colorado attraverso le sue incredibili giocate e sebbene fossero una squadra brutta da vedersi (chiusero con sole venti vittorie), lui avrebbe di sicuro meritato la partita delle stelle. Portland, che ai tempi era la forza numero della Western Conference, si prese tre slot più quella da allenatore, con uno tra Porter e Duckworth che avrebbe potuto lasciare il posto al nostro Woolridge.

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#7. Arvydas Sabonis

Abbiamo finito parlando di Portland e non possiamo lasciare da parte chi quella divisa l’ha onorata pur avendola indossata quando il fisico non aveva più molto da dare. Di sicuro un giocatore diverso da quello visto dominare in Europa e con la nazionale, gli infortuni e qualche vizietto di troppo hanno compromesso il resto della sua carriera, ma Arvydas Sabonis è entrato in NBA con l’etichetta di giocatore “finito” e ha saputo mostrare ancora sprazzi di onnipotenza cestistica. Con la divisa dei Trail Blazers ha iniziato e chiuso il suo stint nella lega americana, conquistando anche una finale di Conference persa Dio solo sa come. Al suo terzo anno negli states, Sabo ha registrato 73 presenze, tutte da titolare (unica annata al suo massimo) mostrando agli spettatori quale fossero le sue capacità: 16 punti e 10 rimbalzi di media, un centro con mani morbide e tiro da tre efficace, cose mai viste fare da un pivot negli anni 90′, ma questo non bastò a dargli qualche minuto di gloria agli All-Star Game del 1998.

#6. Purvis Short

Bandiera dei Golden State Warriors tra la fine degli anni 70′ e il resto degli 80′, Purvis poteva giocare in tre ruoli diversi, l’importante per lui era segnare. Quinta scelta al Draft 1978 il cui declino è arrivato appena compiuto i 30 anni, ma che in gioventù ha saputo destreggiarsi di fronte ai più forti che dominavano la Lega. Dal 1982 al 1986 ha viaggiato con oltre 21 punti di media ed ognuna di quelle annate poteva valergli una convocazione come All-Star, viste le sue prestazioni e i suoi season-high in punti nel 1983-1984 (57) e nel 1984-1985 (59). L’ultima delle due stagioni appena citate è stata la più prolifica e Short mise una media di 28 punti a partita conditi con 5 rimbalzi e 1.5 palle rubate, ma fu Calvin Natt dei Nuggets ad essere scelto inspiegabilmente in quel ruolo, una beffa simile a quella dell’anno precedente dove gli preferirono Jim Paxson, fratello di quel John che fece vincere una gara 6 di Finals ai Bulls.

#5. Andre Miller

Tanti anni trascorsi in NBA per il Professore, gli ultimi meno memorabili, ma i primi sicuramente a livelli da All-Star, competizione che non è mai riuscito a raggiungere, nemmeno quando a Cleveland attendevano con ansia che un ragazzino di Akron finisse per indossare quella numero 23. Andre Miller era un playmaker eccezionale, nella Lega erano presenti altri più bravi e di sicuro più mediatici rispetto a lui, però la sua efficacia nel distribuire palloni era davvero cosa per pochi. Quindici stagioni su diciassette in cui ha giocato praticamente l’intera stagione, nelle prime dodici annate titolare per quasi 82 volte su 82, ha saltato solo tre partite in carriera per infortunio ed è l’unico giocatore in NBA con oltre 16mila punti, 8mila assist, 1500 palle rubate a non avere presenza da All-Star. La stagione da ricordare tra le tante di “The Professor” è quella del 2001-2002, 16.5 punti di media e leader della Lega per assist con quasi 11 a partita, ma venne sorpassato nelle scelte da Baron Davis, l’unico che poteva lasciargli il posto in panchina, poiché a riempire le slot di guardie in quella partita ci furono mostri sacri del calibro di Iverson, MJ, Kidd (che rimpiazzò Vince Carter), T-Mac e Sugar Ray.

#4. Lamar Odom

Fuori dal podio solo perché i suoi anni ai Lakers gli hanno portati due titoli NBA e giocare con Kobe Bryant è sicuramente un obiettivo migliore anche di arrivare a diventare un All-Star. Giocatore completo, dotato di lunghe leve e di continuità lungo tutto l’arco della sua carriera da titolare prima e sesto uomo poi. Dopo gli anni in solitaria dall’altra sponda di Los Angeles e un anno di transizione passato al fianco di un giovane Dwyane Wade, Lamarvelous diventa pedina fondamentale per la rinascita dei gialloviola che nei due titoli consecutivi lo sfruttano come leader della second unit, assicurandosi una mole di punti significativa e un gioco importante su entrambi i lati del campo. Nelle sue stagioni migliori arriva anche in doppia doppia di media in punti e rimbalzi: con 15.2 punti e 10.2 rimbalzi nel 2004-05 e con 14.2 punti e 10.6 rimbalzi nel 2007-08 non riesce a conquistare nemmeno un posto da riserva alla partita della Domenica, slot che viene assegnata a Rashard Lewis dei Sonics e a Carlos Boozer dei Jazz.

Lamar Odom: The Ultimate Teammate

#3. Rod Strickland

Hot Rod si guadagna la medaglia di bronzo in questa speciale classifica e lo fa passando l’intera carriera alla ricerca di un posto tra le stelle del firmamento NBA, senza riuscirci. Nei suoi diciassette anni di attività gira sia la costa est sia quella ovest e lascia il segno soprattutto da giocatore dei Blazer e degli Wizards, dove si distingue come miglior passatore della Lega. Per quasi un’intera decade (1990-91 / 1998-99) viaggia dai 7.2 ai 10.5 assist di media a gara, diventando il giocatore con più assist nel 1998; a fare compagnia alle assistenze ci sono i quasi venti punti e le numerose palle rubate. La stagione che dovrebbe incoronarlo come All-Star arriva ai 31 anni, come per molti di questa classifica: siamo nel 1997-1998, Rod registra tutti i suoi massimi in carriera nelle statistiche di punti (37), assist (20), rimbalzi (12), palle riubate (6) e stoppate (3), sembra tutto magico, ma quegli All-Star Game come furono maledetti per il lituano Sabonis lo furono anche per Strickland che non venne considerato nemmeno come sostituto di un’eventuale infortunato. Dieci di quei giocatori selezionati per la partita non ricevettero più un’altra convocazione, forse la maledizione del 1998 è stata mandata da Rod ed Arvydas.

#2. Marcus Camby

Ci si dimentica spesso che Marcus Camby è stato con molta probabilità il miglior stoppatore della NBA, così come i fan si sono scordati di votarlo almeno una volta come parte del team di Ovest quando indossava la casacca dei Nuggets. Certo non parliamo del giocatore più spettacolare della lega americana, ma difensivamente tra i più efficaci e spaventosi, specie se preso nel suo prime, quando viaggiava a quasi 4 stoppate di media e terrorizzava qualsiasi attaccante gli andasse contro. Tanti infortuni per la seconda scelta del Draft 1996, quello che ha portato giusto un paio di fenomeni in NBA, ma nelle stagioni in cui è riuscito a dare il massimo ha portato a casa il titolo di miglior difensore, qualche selezione per gli All-NBA First e Second Team e quattro volte primo stoppatore (di cui tre consecutive). Una finale giocata e persa contro gli Spurs appena trasferitosi ai Knicks dopo un’annata da sophomore sensazionale in Canada, sponda Raptors, dove ha chiuso con 3.7 stoppate di media (massimo in carriera). Dal 2005-06 per tre stagioni consecutive avrebbe potuto essere selezionato tranquillamente come All-Star per Ovest, ma si impose la potenza mediatica di Yao Ming e la stranissima scelta di David Stern di chiamare Mehmet Okur per sostituire un eventuale giocatore infortunato, snobbando quanto fatto da “Marcus Can’t Be”. Di sicuro in molti come noi avranno pensato “Marcus Can’t Be…an All-Star”.

#1. Al Jefferson

Oro per il nostro centrone da Monticello, Mississippi, i cui 208 centimetri e 131 chili non sono bastati a renderlo almeno una volta parte di un All-Star Game. Partito un po’ in sordina con due anni a Boston così e così, il terzo con i verdi è quello buono per mettere in mostra il suo arsenale, partendo per 60 volte su 69 da titolare facendo registrare la sua prima (di tante) stagione in doppia doppia di media. L’anno successivo entra nella “biggest trade in NBA history”, quella che consegna di fatto Garnett ai Celtics, con “Big Al” (e altri mille giocatori) a fare percorso inverso, finendo nello sperduto Minnesota. Nei suoi 3 anni a Minneapolis si mostra come uno dei centri più efficienti della Lega, quando si trasferisce a Salt Lake City continua il suo dominio del pitturato e chiude in bellezza col primo anno a Charlotte, prima che il fisico lo abbandoni piano piano fino al ritiro avvenuto nel 2018 da giocatore dei Pacers. Forse la mancata convocazione di “Big Classic” è stata causata dalla presenza di altri colossi nel ruolo di centro in quel della Conference occidentale, ma con 23 punti e 11 rimbalzi di media nella stagione 2008-09 avrebbe potuto scalzare Shaq, sebbene fosse alla sua ultima annata da vero giocatore di pallacanestro. Al Jefferson a dimostrazione che è sempre stato un giocatore continuo, meritava altre volte la selezione: esempio lampante la sua prima stagione in North Carolina, nel 2013-2014, quando i tifosi dei Bobcats piangevano per l’insperato approdo ai play-off, guidati proprio dal gigante del Mississippi che nella partita delle stelle avrebbe di sicuro potuto prendere il posto di Hibbert o Noah.

#Bonus: Mike Conley

Piccolo spazio anche a Mike Conley, da tutti considerato sottovalutato e meritevole del titolo di All-Star, sia per dedizione dentro e fuori dal campo sia per le prestazioni con i Grizzlies che lo hanno reso celebre in coppia con lo spagnolo Gasol. La sua sfortuna è stata quella di militare in una squadra non sempre vincente e in una Conference ricca di stelle, dove persino uno scorer eccezionale come Lillard fatica a far parte delle riserve di Ovest. Una menzione doverosa a chi per dodici anni è stato bandiera di Memphis senza l’appellativo di All-Star, ora con l’approdo nello Utah e l’età che avanza, sarà sempre più complicato vederlo la Domenica di metà Febbraio.