Come Mike Brown ha portato i Knicks al titolo NBA
Mike Brown ha trasformato i dubbi della scorsa estate in un Titolo NBA. Dalla fiducia concessa a Landry Shamet alle scelte difensive nei finali di gara, ecco le decisioni che hanno indirizzato le Finals contro gli Spurs
Pochi allenatori, negli ultimi anni, hanno intrapreso una nuova esperienza in panchina accolti da così tante perplessità e, talvolta, da aperto scetticismo come nel caso di Mike Brown la scorsa estate.
C’entrano, indubbiamente, le pressioni e le discussioni che animano costantemente una piazza per sua natura iper-esigente come New York, oltre ai risultati di rilievo ottenuti da Tom Thibodeau nei sei anni del suo mandato.
Ma quando riesci a trasformare il lavoro svolto in palestra in titolo NBA, quel castello di critiche preventive non può che crollare. E ora Mike Brown può godersi il suo primo anello da Head Coach, forse con ancora più soddisfazione rispetto ad altri colleghi.
Anche perché i frutti delle sue scommesse sono tutti lì da vedere.
La fiducia incondizionata in Landry Shamet
Dopo due prime gare da vero e proprio mattatore, capace di punire puntualmente tutti gli spazi lasciati dalla difesa di San Antonio sul perimetro, e una gara 3 invece incolore, chiusa con cinque palle perse, Mike Brown avrebbe potuto ringraziare Landry Shamet e accontentarsi del contributo fornito fino a quel momento nella serie contro Atlanta.
Nonostante una panchina meno profonda rispetto a quella avversaria, un’alternativa non mancava: chiedere uno sforzo extra a Mikal Bridges e puntare maggiormente su Jordan Clarkson.
Non è stata questa la scelta finale. Ancora una volta sopra i venti minuti di impiego in gara 4, l’ex Clippers ha confermato le proprie difficoltà, salvo poi rispondere presente nella decisiva gara 5 quando la palla pesava di più. Nei pochi minuti disputati nell’ultimo quarto ha segnato cinque punti consecutivi, fondamentali per frenare il tentativo degli Spurs di portarsi oltre la doppia cifra di vantaggio.
L’organizzazione difensiva
I quattro finali punto a punto della serie, da gara 2 in avanti, sono stati la fotografia perfetta della fiducia che Mike Brown ha riposto nei suoi gregari. Il coraggio di tenere in panchina Jalen Brunson e Karl-Anthony Towns in diversi possessi difensivi nei finali di partita ha prodotto risultati concreti.
Torniamo ancora a gara 5: il rimbalzo strappato a Castle e Victor Wembanyama dal lungo dei Knicks, Mitchell Robinson, sull’errore dalla lunetta di Josh Hart, è una giocata direttamente collegata a quel coraggio che l’ha resa possibile. Non è raro che altri allenatori adottino strategie simili: farlo con una posta in palio del genere, però, non è minimamente scontato.
L’impatto di Josh Hart
Stephon Castle è stato evidentemente il grande assente tra le fila degli Spurs rispetto alla serie contro OKC. Difficoltà ripetute, scelte poco lucide e percentuali dal campo in caduta libera – 29% nelle quattro sconfitte – non possono essere spiegate soltanto dal ridotto chilometraggio legato alla sua età.
La decisione di passare tendenzialmente sotto i blocchi, affidando però costantemente il numero 5 alle cure di Josh Hart, suo autentico inviato speciale, è valsa un’ulteriore promozione al lavoro tattico di Mike Brown.
Avrebbe potuto sfruttare l’intera batteria di esterni per tutta la serie – e non soltanto in alcuni tratti di gara 5 – per disorientare la seconda bocca da fuoco texana. Ha invece scelto di affidare il compito a un solo giocatore, trasformando queste Finals NBA in un incubo a occhi aperti per l’ex ROTY, capace di rimpinguare il tabellino quasi esclusivamente dalla lunetta.
Alla fine, il titolo dei Knicks porta la firma dei suoi protagonisti in campo, ma anche di un allenatore che non ha mai smesso di credere nelle proprie idee. Quelle stesse idee che, solo pochi mesi fa, erano finite nel mirino delle critiche. Oggi, invece, valgono un anello.