Hartenstein contro il CBA NBA: “Punisce chi lavora bene”

Uno sconto da 5.4 milioni sul contratto non è bastato a evitare un sacrificio importante. Dopo l’addio di Lu Dort, Hartenstein critica il secondo apron

Isaiah Hartenstein, centro degli Oklahoma City Thunder

Rimanere in una squadra accreditata per il Titolo e continuare a far parte di un gruppo solido, anche a costo di rinunciare a un contratto più ricco. 

È questa la scelta fatta da Isaiah Hartenstein, che ha firmato un rinnovo triennale da 75 milioni di dollari complessivi con gli Oklahoma City Thunder, accettando uno sconto di circa 5,4 milioni sull’ingaggio della prossima stagione pur di permettere alla franchigia di restare al di sotto del temuto second apron salariale (216.4 milioni di monte ingaggi totale).

Intervistato da Basketball World, il centro ventottenne ha spiegato in modo trasparente i motivi che lo hanno spinto a venire incontro alle esigenze della dirigenza:

Volevo davvero rimanere in questa squadra a lungo termine e continuare a lottare per il titolo. Ero consapevole del mio valore di mercato, che era più alto di quanto stabilito nell’accordo. Ma a causa del secondo apron e della struttura del roster, ho dovuto accettare uno stipendio leggermente inferiore.Sono comunque tanti soldi, ma è stato un sacrificio necessario per il bene della squadra

Isaiah Hartenstein

Il prezzo del rinnovo: l’addio a Lu Dort

La riconferma di Hartenstein, preziosissimo spalla di Chet Holmgren sotto i tabelloni grazie ai suoi 9,2 punti, 9,4 rimbalzi e 3,5 assist di media a partita, è arrivata però a un prezzo salato. Per far rientrare i conti, gli Oklahoma City Thunder hanno dovuto sacrificare un pilastro difensivo come Lu Dort, ceduto via trade.

Una dinamica che lo stesso Hartenstein non ha esitato a criticare, puntando il dito contro le restrizioni dell’attuale accordo collettivo:

È sempre dura per noi. Queste regole erano state introdotte all’epoca per la scelta di Kevin Durant di andare ai Warriors, per evitare che le squadre accumulassero troppi top player. Ma oggi non funzionano come previsto. Siamo una franchigia che ha valorizzato e fatto crescere i giocatori da zero, per poi vederli partire a causa del secondo apron. È un peccato, perché il problema non è la volontà della proprietà di pagare, ma i limiti operativi pesantissimi sulle trade che finiscono per scontentare anche noi giocatori

Isaiah Hartenstein

La riflessione di Hartenstein evidenzia il paradosso di molte franchigie NBA contemporanee: costruire un modello vincente attraverso il Draft e lo sviluppo interno rischia di diventare insostenibile quando arriva il momento di rinnovare i propri talenti. Ai Thunder resta ora la consolazione di aver blindato la propria rotazione di lunghi, sperando che i sacrifici estivi bastino per confermarsi ai vertici della lega

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