NBA, tetto massimo rigido agli stipendi dei giocatori
La NBA ha intenzione di introdurre un tetto di spesa massima nell’accordo con la NBPA
La NBA vorrebbe introdurre uno Spending Limit (tetto massimo di spesa) nelle contrattazioni per il nuovo contratto collettivo con la NBPA( National Basketball Players Association).
Per fronteggiare le spese folli delle franchigie situate in grandi mercati come Golden State, Brooklyn e i Los Angeles Clippers, la lega avrebbe intenzione di introdurre un tetto limite degli stipendi dei giocatori che fosse non superabile, a differenza di quanto accade ora con la luxury-tax.
La proposta della NBA ha incontrato la prevedibile opposizione dell’associazione giocatori, che si è detta non disponibile ad avviare i negoziati sotto questi presupposti minacciando un Lockout.
La NBA e la NBPA stanno infatti cercando un accordo per il prossimo contratto collettivo entro il 15 dicembre, termine ultimo per dichiarare di voler uscire dal CBA (Collective Bargaining Agreement), che scade al termine della stagione 2023-24.
La NBA è convinta che il sistema in essere attualmente non riesce a fare in modo di avere 30 franchigie competitive, data la differente spesa dei team di vertice rispetto alle squadre situate in piccoli mercati.
In questa stagione, ad esempio, delle 10 franchigie che hanno oltrepassato la Luxury Tax, il 61% della cifra record di 697 milioni dollari di sanzioni per il superamento di essa, sono suddivise tra tre squadre: gli Warriors con 170.5 milioni, i Clippers con 145 milioni e i Nets con 108.9 milioni.
Lo scetticismo sulla soluzione che la lega ha intenzione di attuare suscita però dei dubbi anche nelle franchigie minori. Infatti, le squadre appartenenti a mercati più piccoli non potranno più contare sui soldi derivanti dalle sanzioni per il superamento della luxury tax dei top team, con la NBA che dovrà cercare un nuovo sistema per generare ricavi.
Secondo le fonti di ESPN, altre priorità da parte della lega nell’accordo con la NBPA sarebbero: incentivare le stelle a giocare più partite di stagione regolare per ottenere contratti con le TV più remunerativi, e porre fine alla regola “one-and-done”, per consentire ai giocatori provenienti dalle high-school di approdare in NBA senza trascorrere un anno al college.