Breve storia di Stephen Curry

Il career high di Steph Curry apre la strada alla corsa per il titolo di MVP, oltre ad essere la risposta alle critiche ricevute in settimana

Steph Curry

Le sue espressioni del viso non hanno nulla di aggressivo, è sempre pronto a regalare un sorriso alle telecamere e a prendere ogni sfida come un gioco, non ha bisogno di rispondere a mal parole quando viene criticato, semplicemente prende la vita con filosofia.

So I took it personally.

Curry riprende la celebre frase di MJ dopo i 62 punti ai Trail Blazers

Steph ha stupito ancora una volta, non per il career high rifilato a Portland nella vittoria della notte passata, ma per aver zittito ancora una volta chi ha sottovalutato le sue doti come leader e come giocatore di pallacanestro. Non è la prima volta che gli viene imputato un fallimento, lui però si è sempre rialzato, trasformando la sua debolezza in un punto di forza.

Gli allenamenti con papà Dell

Il sogno del piccolo Curry è sempre stato quello di giocare a basket e diventare una star della NBA. Andare al palazzetto o accendere la televisione e vedere il proprio padre essere parte di quella grande famiglia che è la National Basketball Association non ti può lasciare indifferente, ti aiuta dunque a trovare fiducia e a mettere un sogno nel cassetto. Quando Steph ha l’età per iniziare a frequentare i primi allenamenti alle scuole medie, non viene preso sul serio né da papà Dell e nemmeno dai coach, che lo vedono come un futuro Davide contro un’orda di Golia.

Il futuro numero 30 degli Warriors non ha nessuna intenzione di mollare e dopo aver compreso che non ci sarebbe stato spazio per lui in nessuna squadra, chiede direttamente al suo eroe di aiutarlo con gli allenamenti. Non sa però che le richieste del padre sono esagerate e il training assomiglia più ad un addestramento marziale piuttosto che a qualche tiro a canestro.

Il punto debole era la forza nelle braccia, così Dell comincia a costringere suo figlio a tirare da sempre più distante e ricominciare da capo ad ogni errore commesso. Le sessioni di tiro duravano anche un’intera giornata e finivano con Steph stremato, perché con la sua tecnica di tiro spesso non riusciva ad arrivare nemmeno al primo ferro. Qui si accende la lampadina del piccolo, che inventa una tecnica di rilascio tutta sua e inizia a comprendere come trasformare in pregio uno dei suoi grandi difetti.

Tirare non diventa più un problema, ma la grande paura della futura stella degli Warriors è un’altra, ponendosi sempre la stessa domanda ogni volta che poggia la testa sul cuscino: “Riuscirò mai a diventare un giocatore della NBA?”

Be like Mike: baseball o basket?

Steph non fa parte di nessuna squadra della Middle School e gli allenamenti casalinghi sono strazianti. I complimenti non arrivano, l’indifferenza di Dell sembra quella di un padre che non vuole rovinare l’incantesimo al figlio, consapevole però di non vederlo mai calcare i 28 metri. A 12 anni il basket non è più la passione del piccolo Curry e pensa di voler mollare in favore del baseball, sport praticato in precedenza dal papà (draftato nel 1985 dai Baltimore Orioles) e probabilmente più alla portata per il suo fisico.

La scelta del giovane trova il veto del Curry grande, che lo intima di continuare, abbandonare non è il modo migliore per diventare qualcuno nello sport che si ama praticare e Wardell Sr. capisce che il figlio ha solo bisogno di tempo prima di vedergli spiccare il volo.

La volontà con cui suo padre lo convince nel proseguire con la pallacanestro fa scattare nel piccolo un’altra scintilla. A Charlotte entra nella squadra del liceo, mette in mostra movimenti e un’intelligenza di gioco fuori dal comune. Il basket è la sua strada, deve imparare a credere prima lui in se stesso o gli altri non daranno mai credito alle sue capacità. Vuole giocare per il college in cui ha militato il padre, ma loro non sono dello stesso avviso, non vogliono avere in squadra un giocatore così magro, rifiutando così la candidatura di Steph, che opterà per Davidson, ateneo da sempre innamorato del talento del ragazzo di Akron.

Settima scelta al Draft 2009

In quel di Davidson, North Carolina, Steph rimane tre stagioni. A credere in lui è coach Bob McKillop che senza nemmeno averlo ancora fatto scendere in campo lo etichetta come futura star della NBA con il solo bisogno di essere aspettato. Il primo anno mostra numeri interessanti, realizzando 113 triple, record per un freshman e piazzandosi al secondo posto come scorer della NCAA, dietro solo ad un certo Kevin Durant. Nell’anno da sophomore cresce in statura, arrivando agli attuali 191 centimetri, il suo college supera quelli più quotati durante la March Madness e deve arrendersi solo alle Elite 8 contro i futuri campioni dei Kansas Jayhawks. Nel suo terzo (ed infine ultimo anno) all’università, Steph migliora sensibilmente le sue cifre, diventa il miglior marcatore dell’intera NCAA e uno dei più letali tiratori dalla lunga distanza. Ora è pronto per la NBA.

Curry è uno dei migliori della classe Draft 2009, solo il fisico lo penalizza e lo fa scendere in basso di un paio di posizioni rispetto agli altri, ma è fiducioso di essere tra le prime cinque scelte. I Timberwolves però non sono dello stesso avviso e chiamano lo spagnolo Ricky Rubio e l’incognita Jonny Flynn alla 5 e alla 6, lasciando Steph con l’amaro in bocca. Il suo agente gli dice che non deve temere, semplicemente le altre squadre lo reputano troppo piccolo per la Lega. Ci pensa Golden Stat con la scelta numero 7, loro hanno visto in Curry quello che hanno visto in pochissimi. Il suo anno da rookie termina con il secondo posto nella corsa al titolo di matricola dell’anno.

Dalla caduta alla leggenda

Il fisico del numero 30 è leggero, in poco tempo sembra usurarsi e questo lo rende un giocatore “injury prone“, ovvero portato ad infortunarsi. Le sue caviglie sono fragili, Steph corre e salta, ma ogni atterraggio sembra l’ultimo su delle gambe sane. Il rinnovo arriva in fretta, per gli Warriors lui sarà il giocatore su cui costruire il futuro della franchigia; gli addetti ai lavori vedono la firma del quadriennale a 44 milioni come un errore macroscopico della squadra di Oakland, i suoi precedenti infortuni lo etichettano come debole e presto tutti si accorgeranno del misfatto. Un vate come Federico Buffa gli preferisce Monta Ellis, criticando la scelta di aver lasciato andare il nativo del Mississippi per tenere Curry. Mai previsione fu più errata.

Dalla stagione 2014-2015 ogni critica mossa contro il prodotto di Davidson si trasforma in una maledizione verso i suoi detrattori. Steph Curry (grazie all’aiuto di un lungimirante Kerr e un gruppo di ottimi giocatori) esce dal bozzolo definitivamente, trasformandosi nella farfalla più bella e colorata che la Lega abbia mai prodotto, uno dei migliori tiratori di tutti i tempi.

Viene nominato due volte MVP della NBA (nel 2016 all’unanimità, primo nella storia) e con i suoi Warriors infrange il record di vittorie in regular season appartenuto agli imbattibili Bulls di Jordan del 95-96, vincendo 73 partite e subendo solo 9 sconfitte. Insieme a Kevin Durant, Klay Thompson, Draymond Green e Andre Iguodala, formano il quintetto più devastante di sempre, dominando in stagione regolare e ai play-off. Sono anni d’oro nella Baia e il nome di Wardell Stephen Curry II viene inciso nell’Olimpo dei campioni, senza diritto di replica.

I successi raggiunti fanno diventare Curry il giocatore più pagato dell’intera Lega, mettendo dietro mostri sacri della palla a spicchi come LeBron James e Kevin Durant.

Career High vs Blazers

Con i 62 punti realizzati, Steph Curry registra il suo massimo in carriera. Da quando gli Warriors hanno cambiato il nome in Golden State, solo Rick Barry ha fatto meglio con 64 punti (con le denominazioni di Philadelphia e San Francisco, il leader rimane Chamberlain con 100 e 73) realizzata niente meno che contro i Trail Blazers, proprio come ha fatto il numero 30.

Steph è stato nuovamente sottovalutato, una stagione negativa come quella della passata stagione ha aperto a mille discussioni, i suoi detrattori hanno avuto il coraggio di chiamarlo sopravvalutato e perdente, lui prima ha risposto a parole, chiedendo dov’è stata tutta questa gente negli ultimi 5 anni, quando i suoi Warriors hanno sconfitto LeBron James (considerato il miglior giocatore in attività e uno dei migliori della storia) e i suoi Cavaliers; poi ne ha infilati sessantadue, trascinando i suoi alla vittoria, zittendo chi ancora voleva dare fiato alla bocca.

Steph by Steph. Heart Of A Warrior.

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