Il paradosso Dillon Brooks: MIP o villain NBA?
Tra leadership, provocazioni e scontri con LeBron James, la stagione di Dillon Brooks è un equilibrio costante tra impatto e autodistruzione
Dillon Brooks sta facendo una stagione da Most Improved Player. Dirlo non è sinonimo di partigianeria o simpatia per il personaggio, ma corrisponde a quello che si vede ogni notte, quando in campo scende Phoenix.
Una squadra che sembrava destinata a una ripartenza lenta dopo lo smantellamento estivo. Perché quando perdi due giocatori come Kevin Durant e Bradley Beal, sui quali avevi costruito ambizioni da titolo, è difficile pensare di ripartire con slancio. Ancora di più se lo fai affidandoti all’ennesimo nuovo allenatore, peraltro poco conosciuto come Jordan Ott.
E invece, se i Suns sono oggi una squadra da playoff superata la boa delle 25 partite – e con un Jalen Green praticamente mai sceso in campo – gran parte del merito va proprio al canadese arrivato da Houston, in sordina, come parte del pacchetto ricevuto nello scambio per KD.
In attacco non solo numeri, ma impatto
Dillon Brooks sta disputando la migliore stagione delle nove giocate finora. Viaggia sopra i 21 punti di media, aggiungendo 1.5 palle recuperate a partita, ma il dato più rilevante è il suo peso all’interno dell’attacco di squadra.
Tira 18 volte dal campo a gara (sette in più rispetto allo scorso anno), con oltre sette conclusioni dall’arco. Le percentuali non sono élitarie, ma diventano un dettaglio secondario: quando la palla scotta o serve personalità, Brooks fa sempre un passo avanti. E spesso il coraggio viene ripagato.
In difesa, una guida per i compagni
Nella metà campo difensiva il suo impatto è noto, anche in termini di leadership. Se ci fossero stati dubbi, li ha fugati il suo ex coach Ime Udoka, che ha parlato di Brooks come di un elemento fondamentale nella costruzione della mentalità difensiva dei Rockets, rimasta solida anche dopo la sua partenza.
Non a caso Phoenix è una squadra tosta, che basa molti dei suoi successi sulla grinta difensiva, a sua immagine e somiglianza. E non è una coincidenza che i Suns siano oggi la miglior squadra NBA per palle recuperate, con 10.8 a partita, più anche degli stessi Thunder.
La sensazione è che il suo agonismo contagioso stia già dando a coach Ott ciò che a Memphis prima e a Houston poi avevano conosciuto bene: quella sana cattiveria che, a fine stagione, vale qualche vittoria in più.
La gestione dell’agonismo
La sua attitudine fastidiosa lo rende uno dei giocatori più odiati dal pubblico. Allo stesso tempo è tra i più insopportabili per gli avversari in campo, anche se chi lo ha vissuto nello spogliatoio racconta spesso un’altra versione del personaggio.
Come per altri giocatori che hanno fatto della provocazione una vera arma – viene naturale pensare a Draymond Green o al vecchio Dennis Rodman – il nodo è sempre lo stesso: sapersi porre un limite. Controllare l’indole senza trascendere, senza trasformare la sfida agonistica in una battaglia personale.
Ed è qui che Brooks mostra il suo punto debole. Brilla più in agonismo che in furbizia. La sconfitta contro i Lakers lo certifica, così come altre gare stagionali in cui è riuscito comunque a cavarsela, come contro Minnesota, quando ha acceso Anthony Edwards con un colpo proibito più in parola che in gesto.
L’eterna sfida con LeBron
Ormai è una certezza: Dillon Brooks contro LeBron James promette sempre scintille. Tutto nasce dalla serie playoff tra Grizzlies e Lakers di qualche anno fa, quando Brooks puntò sulla provocazione più sporca, costringendo James a tirar fuori l’orgoglio e finendo per soccombere nettamente sul campo.
Quella serie rappresentò un vero crocevia: le colpe dell’eliminazione ricaddero su di lui e Memphis scelse di lasciarlo andare in offseason, dando il via allo smantellamento di un sistema che sembrava promettente.
Lo scorso 2 dicembre, alla Crypto.com Arena, la provocazione ha funzionato. Suns dominanti in trasferta, e per Brooks una prestazione clamorosa: 33 punti, 15/26 dal campo, prima opzione offensiva dopo l’infortunio immediato di Devin Booker, con LeBron come bersaglio diretto. Iconico.
Ride bene chi ride ultimo?
Stanotte, a campi invertiti, la storia è cambiata solo nel finale. Dopo un terzo quarto devastante dei gialloviola, Brooks ha completato la rimonta dei suoi segnando una tripla clamorosa in faccia a LeBron: +1 Suns a 12 secondi dalla fine. Per lui, 18 punti, con 6/9 dal campo e 4/7 da tre.
Il problema è arrivato subito dopo. Al culmine di una partita carica di punzecchiamenti e nervosismo, Brooks ha festeggiato urtando provocatoriamente James. Tecnico ed espulsione.
Il libero di LeBron viene sbagliato, ma l’ultimo possesso – con un fallo molto discusso sulla tripla disperata allo scadere – manda di nuovo il Re in lunetta. Due punti di margine, vittoria Lakers.
Il prossimo capitolo tra Suns e Lakers è atteso nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, a Los Angeles. Una rivalità ormai ad alta tensione, che sarà l’ennesimo banco di prova per Brooks. Per capire se, oltre a una stagione da serio candidato al MIP, abbia imparato qualcosa anche sul fronte dell’autocontrollo.