Perché la vittoria dei Knicks può cambiare il futuro della NBA Cup

I New York Knicks vincono la NBA Cup e cambiano la percezione di una competizione ancora discussa. Un successo che va oltre il trofeo e certifica la rinascita di una franchigia pronta a puntare in alto

New York Knicks NBA Cup Jalen Brunson

Il modo in cui New York ha onorato il cammino di NBA Cup sembra destinato a dare ulteriore peso a una competizione ancora giovane, e fin qui più criticata che lodata. Che la si ritenga inutile, ridicola o superflua, la NBA Cup è finita e i New York Knicks si sono laureati campioni.

C’erano 30 squadre ai nastri di partenza del torneo di inizio stagione, ma i ragazzi di Mike Brown sono stati gli unici ad alzare il trofeo. Un successo che assume un peso specifico ancora maggiore se si considera che si tratta del primo titolo per la franchigia dopo 52 anni.

Un trionfo che va oltre il valore simbolico

Al netto di tutto – e senza bisogno di ribadire che un titolo NBA vale infinitamente di più – i Knicks hanno festeggiato la fine di un percorso intenso, che li ha visti migliori della Eastern Conference e superiori anche a San Antonio, squadra giovane e futuribile, già proiettata tra le prime sei della Western Conference.

La NBA Cup acquisisce valore

Sia i Knicks che gli Spurs meritano applausi e rispetto. Il cammino verso una finale giocata con reale volontà di primeggiare è stato costruito su vittorie di qualità, non solo negli scontri diretti.

I successi contro avversarie di Conference forniscono indicazioni concrete ai due staff tecnici sul potenziale reale e sugli obiettivi stagionali, contribuendo a dare alla coppa un valore che finora non era stato percepito.

Un valore emerso chiaramente nell’esultanza dei Knickerbockers alla sirena finale: non solo per il premio economico, ma per qualcosa di più profondo.

Una coppa come certificazione della rinascita Knicks

Dopo oltre mezzo secolo di delusioni, New York ha visto nella NBA Cup l’occasione per consacrare un triennio di crescita, che oggi la vede favorita – insieme ai Pistons – per un posto alle NBA Finals 2026.

San Antonio, dal canto suo, cercava il primo mattone di una nuova era: da anni lontana dagli obiettivi che contano, ora con un futuro luminoso grazie a Wembanyama, Harper, Castle e Fox.

Il modo in cui le due squadre hanno affrontato e conteso la Emirates NBA Cup potrebbe segnare un punto di svolta nella percezione collettiva della competizione.

La profondità come vero punto di forza dei Knicks

Contro ogni previsione, New York non ha vinto grazie a un Towns dominante, a un Bridges totale o a un Brunson da 40 punti come in semifinale contro Orlando. Brunson ha comunque meritato l’MVP della competizione, ma il successo è nato soprattutto dagli “altri”.

OG Anunoby ha limitato De’Aaron Fox nel quarto periodo, Jordan Clarkson ha acceso l’attacco dall’arco, mentre Mitchell Robinson ha dominato il canestro offensivo con 15 rimbalzi e 10 extra possessi in meno di 20 minuti.

Il solito Josh Hart ha chiuso i conti con la tripla decisiva, mentre la sorpresa è stata Tyler Kolek: scelta al secondo giro del Draft NBA 2024, 14 punti, 5 assist e 5 rimbalzi nonostante una stazza limitata. È lui il simbolo di questo successo.

Mike Brown e una maledizione da sfatare

Arrivato in estate dopo l’addio a Tom Thibodeau, Mike Brown ha ridato vita offensiva a una squadra strutturalmente simile a quella della scorsa stagione.

Contro San Antonio ha osato, schierando insieme Brunson, Clarkson e Kolek, un trio teoricamente penalizzante per centimetri ma devastante per ritmo e letture. Proprio con quel quintetto i Knicks hanno creato il break decisivo, senza pagare dazio in difesa nonostante lo svantaggio fisico.

Ora resta da sfatare la “maledizione della NBA Cup”, che nelle edizioni precedenti ha visto i vincitori uscire subito ai playoff.

Perché New York ha indicato la coppa come obiettivo, ma è costruita per puntare al Larry O’Brien Trophy, senza dover necessariamente smantellarsi inseguendo Giannis Antetokounmpo, nome accostato nelle ultime settimane alla Grande Mela.

Dopo quanto mostrato finora, viene naturale chiedersi fin dove possano arrivare questi Knicks di Mike Brown, lasciandoli crescere senza scorciatoie.

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