Espansione NBA, il futuro della lega passa da qui

L’NBA guarda a Seattle e Las Vegas per l’espansione, ma tra diritti TV, condivisione dei ricavi e ipotesi di trasferimento, la decisione finale è tutt’altro che semplice

Adam Siler NBA Cup

Adam Silver ha parlato prima della finale di NBA Cup, fornendo aggiornamenti rilevanti su un tema discusso da anni: quello delle espansioni NBA.

Il commissioner ha indicato il 2026 come anno della decisione definitiva, citando Seattle e Las Vegas come i due mercati oggi più forti per un possibile ingresso nella lega.

Un processo che, in realtà, è molto più complesso di quanto possa sembrare. In gioco ci sono equilibri economici enormi, che coinvolgono direttamente i proprietari delle franchigie.

Vediamo quindi, punto per punto, le principali criticità da risolvere prima di parlare davvero di expansion.

Condivisione dei ricavi

L’espansione NBA non significa solo aggiungere nuove squadre, ma ridefinire la condivisione dei ricavi tra le franchigie esistenti. Il riferimento più immediato è il nuovo accordo sui diritti media da 76 miliardi di dollari, valido per 11 anni e già in vigore: con due squadre in più, i ricavi andrebbero divisi per 32 franchigie invece che 30.

Il nodo centrale è questo: quanto possono realmente aggiungere due nuove squadre al totale dei ricavi NBA? È vero che l’ingresso di nuovi mercati porterebbe liquidità immediata nelle casse della lega, ma resta da capire se sarebbe sufficiente a compensare la diluizione dei guadagni per i proprietari attuali.

E proprio i 30 owner NBA avranno l’ultima parola. Non tutti, però, partono dalla stessa posizione: c’è chi ha acquistato di recente, chi ha investito oltre misura e chi, invece, può assorbire eventuali perdite senza problemi. Questo rende il voto finale tutt’altro che scontato.

Perché si parla di Seattle

Seattle rappresenta un discorso a parte. I SuperSonics, franchigia storica, lasciarono la città nel 2008 dopo una cessione controversa che portò al trasferimento a Oklahoma City. Alla base della decisione, avallata dall’allora commissioner David Stern, c’erano problemi legati all’arena e ai costi di ristrutturazione.

Oggi lo scenario è cambiato: la vecchia Key Arena è diventata la Climate Pledge Arena, struttura moderna e perfettamente in linea con gli standard NBA. Seattle è inoltre uno dei mercati mediatici più grandi degli Stati Uniti, con colossi come Amazon e Microsoft a trainare l’economia locale.

La domanda di basket NBA in città è rimasta fortissima negli anni. Restare fuori da questa finestra di espansione sarebbe difficile da giustificare.

Perché si parla di Las Vegas

Las Vegas è una città particolare: estremamente turistica, iper-vissuta, già centrale per molti eventi NBA. L’esperimento delle Final Four di NBA Cup ha mostrato un coinvolgimento del pubblico non travolgente, ma il contesto era molto diverso da quello di una franchigia stabile.

Con una squadra propria, un’identità chiara e un’arena dedicata, Vegas potrebbe integrarsi perfettamente accanto alle altre realtà professionistiche già presenti in città.

Dal punto di vista economico, i ritorni potenziali sono elevati, anche se il mercato locale resta relativamente limitato. La NBA, in ogni caso, è già fortemente radicata in città grazie alla Summer League e ai ritiri di Team USA.

Esistono alternative di espansione?

Adam Silver ha citato anche Città del Messico e un possibile ritorno in Canada, con Vancouver o Montreal. In tutti questi casi, però, il livello di rischio appare molto alto, sia dal punto di vista logistico che economico.

Negli Stati Uniti, mercati come Nashville, Tampa, St. Louis e Austin sembrano meno solidi e meno pronti rispetto a Seattle e Las Vegas. Due città che, oggi, appaiono già allineate a tutti i requisiti richiesti dalla lega.

E se si parlasse di trasferimento?

Se l’espansione NBA dovesse rivelarsi troppo problematica, resterebbe l’ipotesi del trasferimento di franchigie esistenti. Un’opzione complessa: una squadra non si sposta come una pedina, e la lega non può imporre una decisione a un proprietario, almeno formalmente.

Alcune franchigie con ritorni economici più bassi, come Pelicans e Grizzlies, hanno contratti di locazione in scadenza. Parliamo di mercati mediatici piccoli, con presenze in calo e vendite di merchandising in flessione, oltre a aspettative sportive rimaste deluse nonostante Zion Williamson e Ja Morant.

Va ricordato che, secondo lo statuto NBA, il proprietario che decide di trasferire una squadra deve sostenere gran parte dei costi. Solo la richiesta formale di spostamento fuori dallo Stato comporta una spesa iniziale di 250.000 dollari, seguita dall’analisi di un comitato NBA che valuta sostenibilità, infrastrutture e investimenti necessari.

In sintesi, l’espansione o il trasferimento rappresentano operazioni complesse, costose e politicamente delicate. Difficile immaginare una svolta senza forti pressioni economiche o strategiche.

Il 2026 chiarirà molte cose.

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