NBA e incoerenza arbitrale: Silver chiamato a intervenire
Da Adelman a Udoka, passando per Finch, Redick e Kerr: le proteste dei coach NBA raccontano un problema strutturale. Non la fisicità, ma l’incoerenza delle decisioni arbitrali
Nell’ultima settimana il nervosismo degli allenatori NBA verso le scelte arbitrali ha riportato alla luce un problema ormai cronico: la mancanza di coerenza del metro arbitrale. Un tema che incide direttamente sulla credibilità degli arbitri e che sta deteriorando il rapporto con le panchine, al punto da richiedere un intervento diretto di Adam Silver e della lega.
Con il commissioner impegnato sul fronte tanking e con lo scandalo legato alle scommesse NBA ancora pronto a deflagrare, un vecchio problema torna puntuale, come ogni stagione. Il rapporto tra arbitri e allenatori rimane una spina nel fianco difficile da gestire, nonostante le numerose possibilità di revisione e correzione previste dal regolamento.
Il nodo centrale riguarda il metro arbitrale, spesso diverso al cambiare delle terne designate. Un’incoerenza che emerge sia nella valutazione dei contatti sia nel giudizio su azioni considerate oltre lo spirito del gioco. Un tema ricorrente, che ha trovato nuova linfa negli episodi più recenti.
Andiamo quindi ad analizzare i casi più eclatanti che hanno alimentato lo scontro tra coach e ufficiali di gara nelle ultime settimane.
David Adelman, Denver Nuggets
Espulso nel quarto periodo della sfida casalinga contro Houston, David Adelman ha manifestato in modo plateale una frustrazione arrivata al limite. Il tema è noto: la gestione arbitrale dei contatti subiti da Nikola Jokic.
Il centro serbo è imponente, difficile da spostare, ma le concessioni difensive di cui è spesso vittima sono evidenti, come dimostrano i segni sulle sue braccia a fine partita. In più occasioni, contatti ripetuti vengono sanzionati solo dopo la terza o quarta infrazione lasciata correre.
La reazione di Adelman va letta anche nel contesto di una gara controllata dai Rockets, precisi dall’arco e mentalmente dentro la partita. Ma il messaggio del coach era chiaro: porre l’accento su una questione sistemica spesso mal interpretata. Il conto finale parla di 35.000 dollari di multa.
Ime Udoka, Houston Rockets
Quella gara rappresentava anche il rematch di una sfida già carica di polemiche. Un match fisico, deciso all’overtime dopo un fallo lontano dalla palla di Amen Thompson su una rimessa cruciale, con Houston avanti nel punteggio.
La conferma della chiamata dopo l’instant replay, unita ad altre valutazioni giudicate disomogenee, ha acceso lo sfogo di Ime Udoka nel post partita. Per il coach dei Rockets, si è trattato de “la gara peggio arbitrata mai vista”.
Al centro delle critiche, ancora una volta, la incoerenza delle scelte arbitrali e una comunicazione ritenuta insufficiente. Sanzione finale: 25.000 dollari.
Chris Finch, Minnesota Timberwolves
L’episodio più clamoroso è arrivato nella sfida tra Minnesota Timberwolves e Oklahoma City Thunder, rematch delle ultime Western Conference Finals.
Proprio da quella serie sembrerebbe nascere la frustrazione di Chris Finch, convinto che venga concessa troppa aggressività difensiva sulla palla ai Thunder. Dopo un’azione con un duplice contatto non sanzionato, il coach ha scelto una protesta plateale, fino all’espulsione.
Una mossa quasi “sacrificale”, con l’obiettivo di spostare il focus arbitrale. Il risultato è stato un match molto più fischiato, con tanti viaggi in lunetta e una vittoria di Minnesota decisa da un Anthony Edwards dominante nel finale, anche difensivamente su Shai Gilgeous-Alexander, con giocate pienamente regolari.
Il parere di Redick e Kerr
Nel dibattito si sono inseriti anche JJ Redick e Steve Kerr, ampliando la riflessione sul gap comunicativo tra arbitri, coach e giocatori, sempre più evidente in questo avvio di stagione.
Il coach dei Lakers ha sottolineato la difficoltà di dialogo con le terne rispetto a decisioni incoerenti all’interno della stessa partita. Kerr, invece, ha evidenziato una disparità di giudizio in due gare consecutive contro Phoenix.
Da una parte un pugno di Dillon Brooks su Curry sanzionato come flagrant 1, dall’altra l’espulsione di Draymond Green per proteste reiterate e doppio tecnico. Episodi diversi, ma letti come parte dello stesso problema.
Il problema sta nella coerenza
Riassumendo quanto visto, il malcontento non nasce tanto dalla fisicità concessa. Quella, se coerente, viene accettata e spesso restituita sul campo.
Il vero nodo è l’incoerenza interpretativa, che può derivare anche dall’attenzione crescente verso le simulazioni. Un aspetto che costringe gli arbitri a continue letture soggettive, generando diffidenza e difficoltà di valutazione.
Una situazione che probabilmente richiederà linee guida più chiare, magari non rigidamente scritte, ma condivise. Un po’ come avviene ogni anno dopo le pause stagionali, quando il metro arbitrale cambia in vista dell’All-Star Weekend e, soprattutto, della postseason.