Yang Hansen: talento, attese e minuti che non arrivano
I margini di crescita di Yang Hansen restano evidenti, ma l’impatto immediato in NBA si sta rivelando più complesso del previsto. Il suo futuro dipende da decisioni tutt’altro che scontate
Tra chi lo indicava come un più che credibile candidato al premio di Rookie of the Year NBA e chi, al contrario, ipotizzava un adattamento più graduale alla fisicità del basket statunitense, alla vigilia della stagione il consenso era pressoché unanime: i margini di crescita di Yang Hansen apparivano fuori scala.
Una percezione rafforzata dalla sua appartenenza alla categoria dei prospetti “da svezzare”, quei talenti grezzi capaci di alimentare l’immaginario e la pazienza delle dirigenze NBA.
A due mesi dall’inizio della regular season, quelle aspettative restano teoricamente fondate, ma le proiezioni più ottimistiche sull’impatto immediato del suo anno da rookie sono state, almeno finora, ridimensionate dai fatti.
In appena quattordici presenze, sia Billups sia Splitter hanno dosato con estrema cautela l’utilizzo dei centimetri del classe 2005, limitandone l’esposizione e, di riflesso, il coinvolgimento nella manovra offensiva dei Portland Trail Blazers.
Da qui due chiavi di lettura utili a interpretare scelte tecniche rimaste coerenti anche dopo il cambio in panchina – oltre alla prevedibile differenza di ritmo e impatto atletico rispetto al campionato cinese – e una possibile via d’uscita che consentirebbe al giovane big man di crescere senza lasciare l’Oregon.
Gli obiettivi stagionali della franchigia
Dopo due stagioni dedicate all’inserimento graduale dei prospetti e alla costruzione di una base futura, i Trail Blazers stanno ora testando le capacità di leadership di Avdija e Sharpe, in attesa del rientro di Henderson.
Il sostanziale equilibrio appena sotto la sesta posizione della Western Conference e la firma estiva di Damian Lillard, anch’egli attualmente ai box, forniscono a Portland una doppia motivazione – pragmatica nel primo caso, emotiva nel secondo – per alzare l’asticella. E, di conseguenza, per ridurre al minimo il margine di sperimentazione.
Troppi centri a disposizione
La presenza stabile di Donovan Clingan e quella più intermittente, a causa dei noti problemi fisici, di Williams III nelle rotazioni si è rivelata sufficiente a chiudere gli spazi a Hansen nel suo ruolo naturale.
Al tempo stesso, il rendimento complessivamente solido della coppia Grant–Camara non ha convinto Splitter a concedergli minuti esplorativi nello spot di ala forte.
La possibile svolta: una trade per Williams III
Assumendo come intoccabile la fiducia nello sviluppo di Clingan, Portland potrebbe sfruttare un Time Lord finalmente integro come asset di mercato, muovendo i primi passi verso una trade prima della Deadline di febbraio.
È qui che il percorso di Hansen sembra arrivare a un bivio tutt’altro che banale. Da una parte, la possibilità di continuare a contendersi minuti anche dopo l’eventuale uscita di un centro, con l’arrivo però di un profilo simile per caratteristiche e ingombro tecnico.
Dall’altra, il rischio concreto di vedere sacrificata l’intera stagione da rookie, considerata da molti un passaggio chiave nel processo di maturazione, in attesa che Williams III lasci presumibilmente l’Oregon a fine anno da free agent senza restrizioni, senza generare alcuna contropartita.