Lakers, vincere non basta: i problemi restano più profondi dei risultati

La vittoria contro Sacramento non cancella i problemi strutturali dei Lakers. Tra lukacentrismo, limiti difensivi e un roster incompleto, la corsa al titolo resta più teorica che reale

LeBron James Lakers

Con la ventesima vittoria su trenta partite contro i Sacramento Kings, i Los Angeles Lakers sono in procinto di chiudere l’anno solare al quarto posto nella Western Conference e al primo nella Pacific Division. Un bilancio che, sulla carta, appare solido.

Se però l’obiettivo dichiarato è competere per il titolo NBA, la prova visiva racconta altro. Al netto della classifica, il rendimento non restituisce l’idea di una squadra pronta a vincere quattro serie playoff.

E questo non è un dettaglio marginale: puntare al titolo non è una scelta opzionale per i Lakers, ma una conseguenza naturale della loro storia e delle risorse investite.

Al di là dei 24 punti di LeBron James, dei 34 di Luka Doncic e del +25 finale su Sacramento – ottenuto senza Austin Reaves, fuori almeno un mese – le polemiche che hanno accompagnato questa fase della stagione non si sono dissolte.

Critiche legittime, se si considera il trittico di sconfitte maturato attorno a Natale, che ha evidenziato problemi strutturali già noti. Problemi che, senza un’analisi onesta, rischiano di essere derubricati a semplici flessioni momentanee, rendendo ancora più complessa una reale risoluzione.

Vediamo quindi quali sono i nodi centrali.

Il Lukacentrismo è sostenibile?

Prima ancora di analizzare le carenze difensive del roster, il punto di partenza è inevitabilmente Luka Doncic. Con medie superiori a 33 punti, 8 rimbalzi e 8 assist, lo sloveno dovrebbe rappresentare una garanzia, non un interrogativo.

Il punto, però, è strutturale: qualsiasi squadra di Luka prende la direzione che lui impone. È successo a Dallas, con la Slovenia, e sta accadendo anche ai Lakers. Questo è il prezzo da pagare quando si costruisce un sistema inevitabilmente doncicentrico.

Nelle ultime cinque gare con lui in campo, prima della vittoria contro Sacramento, Doncic ha tirato con il 41,2% dal campo e il 26,3% da tre, mentre i Lakers sono stati superati complessivamente di 50 punti nello stesso arco temporale, chiuso con 3 vittorie e 2 sconfitte.

Al netto di ciò che offre (o non offre) in difesa, un Doncic inefficiente rende la squadra non vincente. E in un sistema che ruota interamente attorno a lui, questo diventa il primo vero problema, non uno dei tanti.

L’età di LeBron James

L’età di LeBron James non è solo un dato anagrafico, ma una questione di prospettiva tecnica e gestionale. Essere in campo a 41 anni, con un carico di responsabilità ancora così elevato, è un territorio inesplorato non solo per lui, ma anche per staff tecnico e dirigenza.

La gestione diventa inevitabilmente complessa, quasi un campo minato, aggravato dall’infiammazione al nervo sciatico che gli ha sottratto un mese fondamentale di preparazione e training camp.

È naturale vedere LeBron a tratti limitato, meno reattivo, meno dominante. Non è più il riferimento atletico assoluto, e il corpo non risponde sempre con la stessa immediatezza agli impulsi del suo straordinario istinto cestistico.

Detto questo, non è il problema offensivo dei Lakers, come dimostrano usage e responsabilità a roster completo. Se esiste un problema difensivo, era anche il più prevedibile: nascondere un ultraquarantenne è una necessità strutturale, non un fallimento tattico.

Il roster non è all’altezza

Il vero nodo, per JJ Redick e soprattutto Rob Pelinka, riguarda la composizione del roster. Se l’obiettivo resta quello di competere, questa squadra non è costruita per farlo davvero.

Mancano ancore difensive, aggressività nella protezione del ferro e soluzioni credibili nel contenimento degli esterni. La coppia Doncic–Reaves è fragile nella metà campo difensiva – elemento noto – ma dietro non esiste un sistema in grado di compensarne i limiti.

In attacco, un eliocentrismo basato su Luka richiede spot-up shooter affidabili e un rim runner efficace come bloccante. Elementi che, allo stato attuale, non emergono con continuità nelle rotazioni disponibili.

Nel lungo periodo, questi limiti vengono inevitabilmente esposti da squadre più atletiche e strutturate, costruite per la pallacanestro moderna: spaziature ampie, letture rapide, margini d’errore ridotti.

E quindi, cosa serve?

La risposta, per quanto scomoda, è una sola: pazienza.

I problemi attuali sono in gran parte effetti collaterali della trade per Luka Doncic, che ha creato un disallineamento strutturale senza risolvere criticità già presenti. Togliere Anthony Davis, perno difensivo e offensivo nell’asse con LeBron, e inserire un giocatore che occupa spazi simili a quelli di James, ha generato scompensi inevitabili.

Doncic impone un cambio di identità offensiva, con Reaves come supporto primario, ruolo già visto con Kyrie e Brunson a Dallas. Il contorno, però, non è all’altezza di questa trasformazione.

In sostanza, i Lakers hanno avviato un nuovo ciclo senza chiudere il precedente, saltando una fase chiave di rebuilding e pagando il prezzo in termini di flessibilità salariale e scelte di roster.

Serve riacquisire margine di manovra, accettare di non poter azzeccare tutto e operare con lucidità. Senza fretta, sì. Anche se Luka Doncic ha 27 anni, non più 22.

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