Giannis contro la regola delle 65 partite: “Così non c’è margine di errore”
La NBA voleva limitare il load management, ma la regola delle 65 partite sta colpendo i suoi volti simbolo. Giannis Antetokounmpo avverte: in gioco non ci sono solo i premi individuali
La regola delle 65 partite introdotta dalla NBA per l’accesso ai premi individuali continua a far discutere. Dopo mesi di silenzi e mezze critiche, a esporsi apertamente è stato Giannis Antetokounmpo, che non ha nascosto tutte le sue perplessità su una norma pensata per limitare il load management ma che, secondo lui, finisce per penalizzare proprio le superstar più coinvolte nella corsa ai playoff.
Il leader dei Milwaukee Bucks ha spiegato come questa soglia rappresenti un peso aggiuntivo in stagioni sempre più lunghe e fisicamente logoranti, soprattutto per chi punta ogni anno ad arrivare fino in fondo.
Una regola che non premia la continuità reale
Antetokounmpo ha ricordato come, nei suoi 13 anni di carriera NBA, abbia praticamente sempre superato le 65 presenze stagionali. L’unica eccezione, al netto delle stagioni accorciate dal Covid, risale al 2022-23, quando chiuse con 63 gare giocate a causa di piccoli problemi fisici.
In quell’annata, però, la regola non era ancora in vigore e Giannis venne comunque inserito nel Quintetto All-NBA.
Sarò sincero. In 13 anni in NBA credo di aver giocato almeno 65 partite ogni stagione. Continuerò a provarci, penso di riuscirci anche quest’anno, ma è dura. Se vuoi essere davvero un grande giocatore, aiutare la tua squadra ad andare lontano nei playoff e poi tornare l’anno dopo e giocare di nuovo 65 partite, diventa complicato
Giannis Antetokounmpo
Oggi lo scenario è molto diverso. Nella stagione in corso ha disputato 24 delle prime 38 partite dei Bucks: con 14 assenze già accumulate, può permettersi di saltarne al massimo altre tre per restare eleggibile. Una situazione che evidenzia la pressione crescente sui giocatori man mano che il calendario avanza.
All’inizio ero favorevole, pensavo potesse aiutarmi. Ma più passa il tempo, più invecchio, più penso: toglietela. Però queste sono le regole e devi rispettarle
Giannis Antetokounmpo
Non solo Giannis: il rischio riguarda tutte le superstar
Secondo Antetokounmpo, il problema non riguarda un singolo caso. Nel suo discorso ha citato apertamente Nikola Jokic, LeBron James e Victor Wembanyama, sottolineando come molti dei volti simbolo della lega rischino di restare fuori dai premi per un semplice infortunio.
Sono stato All-NBA per nove anni consecutivi – sette volte nel primo quintetto. Essere costanti non è semplice. Inserire una regola del genere non ti concede pause. Il margine di errore è minimo: basta un infortunio e sei fuori dalla corsa. Potrei non farcela io. Potrebbe non farcela Jokic. LeBron non ce la farà. Wemby potrebbe non farcela
Giannis Antetokounmpo
Una provocazione che apre una domanda scomoda: se alla fine restassero eleggibili solo pochissimi giocatori, il valore dei riconoscimenti individuali ne uscirebbe davvero rafforzato?
Il caso Jokic e la corsa all’MVP NBA
Il tema diventa ancora più delicato guardando alla situazione di Nikola Jokic. Il centro dei Denver Nuggets era in piena corsa per il quarto MVP della carriera prima dell’iperestensione al ginocchio rimediata il 30 dicembre contro Miami. Da allora ha già saltato sette partite e potrebbe restare fuori per almeno un mese.
Statisticamente, Jokic stava vivendo una stagione storica: 29.6 punti, 12.2 rimbalzi e 11 assist di media, con leadership NBA in rimbalzi e assist, oltre al primato in PER, Box Plus/Minus e offensive rating. Numeri che rendono legittima una domanda sempre più ricorrente: è giusto che un singolo infortunio possa cancellare una stagione da MVP?
Il paradosso è evidente, soprattutto considerando che Jokic è uno dei giocatori meno inclini al load management, proprio il comportamento che la regola vorrebbe scoraggiare.
Una norma che rischia di pesare anche sulle legacy
Non a caso, Kenyon Martin ha parlato apertamente del rischio che questa regola possa “sporcare” l’eredità storica di alcuni campioni. Guardando ai casi di Antetokounmpo e Jokic, diventa difficile dargli torto.
La sensazione è che la NBA si trovi davanti a un bivio: difendere una norma rigida oppure rivederne l’applicazione per distinguere tra gestione programmata e assenze inevitabili. Perché se il confine tra tutela dello spettacolo e penalizzazione dei migliori diventa troppo sottile, il rischio è che a perdere valore siano proprio i premi che si vogliono proteggere.