Durant, la scelta GSW pesa ancora: “Ha compromesso la corsa al GOAT”

Talento senza precedenti e successi che dividono: la firma con i Warriors nel 2016 divide sulla posizione di Durant tra i migliori della storia

Kevin Durant, MVP delle Finals 2017 con i Warriors

Kevin Durant divide come pochi altri nella storia della NBA. Talento generazionale, realizzatore purissimo, giocatore capace di segnare in ogni modo possibile e di incidere anche in difesa. Eppure, nonostante due titoli NBA e due MVP delle Finals, il suo posto nel pantheon dei più grandi continua a essere oggetto di discussione.

Il nodo centrale è sempre lo stesso: la scelta di approdare ai Golden State Warriors nell’estate del 2016. Una squadra che aveva appena stabilito il record di vittorie in regular season (73) e che, con l’aggiunta di Durant, si trasformò in una macchina quasi imbattibile. Per due stagioni, Golden State dominò la lega, lasciando pochissimo spazio ai rivali.

KD, oggi ala degli Houston Rockets mentre la NBA parla di espansione ed un ritorno nella sua vecchia Seattle, fu straordinario, spesso il migliore in campo nei momenti decisivi, ma per molti il contesto fin troppo favorevole ha finito per offuscare il valore dei successi soprattutto se paragonato ad altri giganti come LeBron e Curry.

Nel caso di KD, i campionati non sono paragonabili, per esempio, al Titolo di LeBron a Cleveland. Questo perché è entrato in una situazione in cui quella squadra (i Warriors, ndr) era già così più forte, probabilmente di qualsiasi altra squadra di sempre, da non lasciare praticamente alcuna possibilità di perdere, se in salute

Max Kellerman

È da qui che nasce la critica: vincere è fondamentale, ma per entrare definitivamente nella leggenda bisogna anche guidare una squadra, caricarsi il peso del fallimento e superarlo. Ed è proprio questo passaggio che, secondo alcuni, manca nella carriera di Durant, soprattutto pensando all’addio ai suoi OKC Thunder dopo il crollo nella Western Conference Finals ’16 contro GSW.

KD, come insieme di abilità complessive, potrebbe essere il miglior giocatore di sempre. Su entrambi i lati del campo, come pacchetto completo, potrebbe essere il migliore di sempre. Ma non viene quasi mai considerato il più grande di sempre, perché il modo in cui dimostri la grandezza è guidare una squadra al titolo. E lui, invece, è atterrato in una squadra già in grado di vincere: li ha resi talmente superiori che non potevano perdere

Max Kellerman

Dopo l’addio ai Warriors invece, infatti, il copione non è stato lo stesso. A Brooklyn, il progetto con Kyrie Irving e James Harden si è scontrato con infortuni, tensioni e occasioni mancate. A Phoenix, le aspettative erano altissime, ma il campo ha raccontato una storia diversa, fatta di discontinuità e risultati deludenti.

Nel frattempo, Golden State è riuscita a tornare sul tetto della NBA anche senza di lui, alimentando ulteriormente il dibattito. Eppure, ridurre l’eredità di Durant a una semplice scorciatoia verso il successo sarebbe ingiusto. In quegli anni fu il giocatore più dominante della squadra più forte del mondo, capace di elevare ulteriormente un sistema già straordinario.

Forse il punto non è stabilire se i suoi titoli “valgano meno”, ma accettare che la grandezza possa assumere forme diverse. Durant non è il simbolo della redenzione o dell’eroe solitario. È l’emblema del talento assoluto, di chi ha scelto il contesto migliore per esprimersi al massimo. E anche questo, nel bene e nel male, fa parte della storia della NBA.

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