MVP NBA 2026: Shai Gilgeous-Alexander e Nikola Jokic a rischio esclusione
Infortuni e regolamento mettono in discussione i favoriti per l’MVP NBA: Gilgeous-Alexander e Jokic devono fare i conti con la soglia delle partite giocate
Quest’anno la corsa all’MVP NBA rischia di decidersi più in infermeria che sul parquet. Non è una provocazione: con la regola sulle partite minime, basta superare le 17 assenze per essere automaticamente fuori dai giochi. E a quel punto i numeri, anche se mostruosi, non contano più.
E oggi i due principali candidati sono pericolosamente vicini a quella soglia.
Shai Gilgeous-Alexander e Nikola Jokic a rischio ineleggibilità per l’MVP NBA
Il grande favorito, secondo i bookmaker, resta Shai Gilgeous-Alexander, leader degli Oklahoma City Thunder e già vincitore del premio nella passata stagione. Le quote lo indicano ancora come uomo da battere. Eppure, la sua candidatura non è così solida come sembra.
Fermato da uno stiramento addominale che lo tiene fuori dal 3 febbraio, Gilgeous-Alexander ha già saltato 11 gare. Per restare eleggibile dovrà disputare almeno 16 delle ultime 22 partite di regular season. In caso contrario, anche una stagione da numeri dominanti non basterebbe.
La situazione è ancora più delicata per Nikola Jokic, faro dei Denver Nuggets. Il centro serbo ha già accumulato 16 assenze: altre due partite fuori lo escluderebbero automaticamente dalla corsa. Un paradosso, considerando che quando è in campo continua a produrre statistiche da MVP.
Il punto, allora, è semplice: ha senso che un premio individuale venga deciso più dal calendario medico che dall’impatto tecnico?
La nuova regola NBA e le sue conseguenze sulla corsa all’MVP
L’introduzione del limite minimo di partite giocate nasce con l’obiettivo di contrastare il “load management”. L’idea è premiare la continuità e tutelare la competitività della stagione regolare.
Ma c’è un effetto collaterale evidente: un infortunio non grave, concentrato nel momento sbagliato dell’anno, può cancellare mesi di dominio tecnico.
Un osservatore scettico potrebbe obiettare che la disponibilità fa parte del valore di un giocatore. Se non sei in campo, non puoi essere il più prezioso. È un ragionamento lineare, ma regge sempre? Oppure si rischia di trasformare il premio in una questione aritmetica?
Cade Cunningham e Jaylen Brown: il mercato delle scommesse si muove
L’incertezza attorno ai due favoriti ha riaperto i giochi. Nelle ultime settimane, il nome più caldo è quello di Cade Cunningham, leader dei Detroit Pistons. Le sue quote sono crollate, passando da outsider a terza scelta nei principali sportsbook.
Secondo gli operatori, Cunningham ha attirato più puntate di tutti nell’ultima settimana. E non è solo una questione di narrativa: la crescita della squadra e la centralità tecnica del playmaker stanno convincendo molti scommettitori che possa approfittare di eventuali esclusioni eccellenti.
Discorso diverso per Jaylen Brown (esaltato anche da LeBron James) dei Boston Celtics: le sue quote si sono allungate sensibilmente, segnale che il mercato ha raffreddato l’entusiasmo iniziale.
Più staccati, ma comunque monitorati, anche Victor Wembanyama dei San Antonio Spurs, vicino alla soglia limite con 13 gare saltate, oltre a Donovan Mitchell (Cleveland Cavaliers) e Anthony Edwards (Minnesota Timberwolves), nomi più lontani ma improvvisamente tornati nel radar degli scommettitori.
Il sondaggio tra i media: Shai resta il favorito
Un recente straw poll condotto da ESPN su 100 membri dei media indica chiaramente Gilgeous-Alexander come prima scelta. Il condizionale, però, è d’obbligo: “se qualificato”.
Ed è proprio quel dettaglio a rendere questa corsa una delle più particolari degli ultimi anni.
Perché se il premio di MVP NBA nasce per incoronare il miglior giocatore della stagione, oggi la vera domanda è un’altra: conta di più il livello assoluto o la disponibilità costante?
Nelle prossime settimane non saranno solo i punti o le triple doppie a fare la differenza. Sarà il calendario. E, forse, anche il fisico.