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Premi NBA e Regola 65 partite, interviene la NBPA: “Serve una riforma immediata”

La regola delle 65 partite torna al centro delle critiche: il caso Cunningham mette in discussione un sistema sempre più criticato dai giocatori

La Regular Season NBA entra nella fase decisiva, ma fuori dal campo si accende una discussione sempre più accesa: quella sulla regola delle 65 partite, oggi al centro delle critiche della NBPA. Il caso di Cade Cunningham rischia di diventare il simbolo di un sistema che, secondo molti, non tiene conto del contesto reale.

Il talento dei Detroit Pistons sta vivendo quella che è, senza dubbio, la sua miglior stagione. Eppure, a causa di un infortunio serio – un polmone collassato – potrebbe non raggiungere la soglia minima richiesta per essere eleggibile ai premi individuali.

NBPA contro la regola: “Serve una riforma immediata”

La National Basketball Players Association (NBPA) ha preso posizione in modo netto, chiedendo una modifica della norma introdotta nell’attuale contratto collettivo.

La possibile ineleggibilità di Cade Cunningham ai premi di fine stagione, dopo un’annata che definisce il suo percorso, rappresenta una chiara accusa contro la regola delle 65 partite ed è l’ennesimo esempio del perché debba essere abolita o riformata per prevedere un’eccezione in caso di infortuni significativi

NBPA

Secondo il sindacato, il caso Cunningham rappresenta “un chiaro atto d’accusa contro una regola troppo rigida e arbitraria”. La richiesta è semplice: introdurre eccezioni per infortuni significativi o rivedere completamente il sistema.

Dalla sua introduzione, troppi giocatori meritevoli sono stati esclusi ingiustamente dai riconoscimenti di fine stagione a causa di questa soglia arbitraria e eccessivamente rigida

NBPA

Il punto centrale è che la regola, pensata per limitare il load management, finisce per penalizzare anche chi è costretto a fermarsi per motivi reali e documentati.

Una stagione da All-NBA a rischio esclusione

Attualmente Cunningham ha giocato 61 partite e difficilmente riuscirà a raggiungere quota 65. Un dettaglio che rischia di pesare tantissimo.

Il suo agente, Jeff Schwartz, ha espresso chiaramente il problema:

Se dovesse restare appena sotto una soglia arbitraria a causa di un infortunio legittimo, non dovrebbe essere escluso da un riconoscimento che ha guadagnato sul campo

Jeff Schwartz

Non è un caso isolato: tante stelle coinvolte

Il problema non riguarda solo Cunningham. Diversi big rischiano di restare fuori dai premi di fine stagione:

Anche nella corsa MVP la situazione resta delicata: Shai Gilgeous-Alexander e Luka Doncic hanno ancora margine, ma non possono permettersi troppe assenze.

Le parole dei giocatori: “Non si può controllare tutto”

Tra i giocatori cresce il malcontento. Donovan Mitchell ha sintetizzato bene il pensiero comune:

È giusto voler vedere i giocatori in campo, ma ci sono cose che non puoi controllare. Non stiamo parlando di riposo: sono infortuni reali

Donovan Mitchell

Il punto è proprio questo: la regola nasce con una logica condivisibile, ma nella pratica rischia di creare situazioni paradossali.

Regola delle 65 partite: serve davvero così com’è?

Esistono già alcune eccezioni, come quella per chi gioca almeno 62 partite e subisce un infortunio che chiude la stagione. Ma non tutti i casi rientrano in questa casistica, e Cunningham è uno di questi.

Il dibattito è aperto: mantenere una soglia rigida o introdurre maggiore flessibilità?

Per ora, la sensazione è che la NBA dovrà intervenire. Perché quando prestazioni da All-NBA rischiano di essere ignorate per tre o quattro partite in meno, il sistema mostra inevitabilmente i suoi limiti.

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