Perkins appoggia la 65-game rule: “Responsabilizza le star NBA”

Perkins accusa le star NBA di pianificare i riposi a tavolino. Arriva anche la risposta secca di Stephen Curry sulla regola delle 65 partite

Il dibattito sulla “norma delle 65 partite” sta scuotendo le fondamenta della NBA, trasformando la corsa ai premi individuali in un terreno minato di polemiche e frustrazioni.

Al centro della bufera c’è il muro eretto dalla lega americana contro il load management, una barriera che ha già escluso stelle del calibro di Cade Cunningham, guida dei Detroit Pistons e principale candidato MVP, fermato da un polmone collassato a un passo dal traguardo.

Perkins: “Si tratta di giustizia nei confronti dei tifosi”

Kendrick Perkins, ai microfoni di First Take, ha lanciato una stoccata che profuma di spogliatoio e verità scomode:

Questa regola non nasce per i premi, ma per giustizia verso i tifosi. Gente che paga i propri soldi guadagnati duramente per venire a vedere i giocatori giocare, e all’improvviso arrivano lì e scoprono che questi giocatori sono fuori. Perché, lasciate che vi porti dietro le quinte di quello che succede prima dell’inizio della stagione

Kendrick Perkins

Secondo l’ex centro, esisteva un “patto segreto” tra franchigie e star: calendari alla mano, si pianificavano a tavolino i riposi ben prima della palla a due stagionale. Un sistema che, per Perkins, calpestava l’eredità di icone come Jordan, Bryant o Garnett, soldati che del “giocarle tutte” facevano un vanto etico.

Prima che la stagione cominci, specialmente con alcuni di questi “uomini franchigia” in giro per la lega, loro si riuniscono con la propria organizzazione, guardano il calendario di tutto l’anno e pianificano effettivamente le partite che salteranno per restare a riposo», ha continuato Perkins. Che si tratti di back-to-back (partite in due giorni consecutivi) o di qualunque altro caso. Questa è una regola che serve a responsabilizzare i giocatori

Kendrick Perkins

La risposta di Curry: “Non è una scelta dei giocatori”

Eppure, esiste un’altra faccia della medaglia. Stephen Curry ha recentemente provato a scardinare questo pregiudizio proponendo una visione del tutto contraria a quella dell’analista ed ex Campione NBA:

Di solito io faccio di tutto per giocare ogni partita. È questo l’equivoco riguardo al load management. Di solito non è mai il giocatore a dire: “Ehi, voglio stare seduto”. Quindi, per tutte quelle persone che si preoccupano di questo aspetto della nostra lega e di tutto il resto, di solito non sono i giocatori ad andare dallo staff tecnico dicendo: “Stasera non ce la faccio”. Di solito succede l’esatto contrario, e c’è molta scienza coinvolta in tutto questo

Stephen Curry

La narrazione di Curry sposta il focus sulle “zone rosse” monitorate dagli staff medici: algoritmi e scienza che impongono lo stop per prevenire infortuni catastrofici, spesso contro la volontà degli stessi atleti.

Una spaccatura nella lega

Il conflitto è totale. Da un lato la NBPA (il sindacato giocatori) invoca flessibilità davanti a drammi clinici imprevedibili, dall’altro il commissioner Adam Silver resta immobile.

Per la NBA, il valore del prodotto e il rispetto per chi paga il biglietto superano le statistiche individuali. Chi non raggiunge la soglia è ineleggibile per i premi stagionali: un aut-aut che trasforma la Regular Season in una guerra d’logoramento.

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