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L’odio per LeBron James colpisce Rich Paul e Klutch Sports

Essere l’agente di LeBron James vale oro, ma ha un prezzo. Rich Paul lo ha scoperto sulla propria pelle: nell’NBA c’è chi preferisce danneggiare il futuro di un ragazzo pur di colpire il Re

Nel mondo degli agenti sportivi valgono le stesse regole non scritte di qualsiasi altro ambiente di potere: le alleanze contano, le inimicizie si pagano, e il nome che porti dietro può aprirti tutte le porte oppure sbarrarle tutte. Rich Paul lo sa bene.

Fondatore e CEO di Klutch Sports, uno dei volti più riconoscibili del panorama NBA al di fuori del parquet, ha scelto nel suo podcast Game Over di togliersi qualche sassolino dalla scarpa – e quello che ha raccontato è più rivelatorio di qualsiasi retroscena di mercato.

Il punto è semplice e brutale allo stesso tempo: c’è gente nell’NBA, giocatori in attività e vecchie glorie, che entra attivamente nel processo di scelta dell’agente di giovani talenti per convincerli a stare alla larga da Klutch. Non perché l’agenzia faccia un cattivo lavoro. Non perché abbiano qualcosa di concreto da contestare. Ma perché non sopportano LeBron James, e Paul è il suo uomo.

Nessuno è intoccabile, né Bron né io. Ma quello che succede va ben oltre la critica. Mi è capitato che giocatori NBA – in attività e non – si intromettessero nel percorso di un ragazzo che non era nemmeno loro figlio, indirizzandolo altrove per puro disprezzo verso LeBron.

Rich Paul

La storia tra Paul e James, però, nasce lontano dai riflettori e dai contratti milionari. Tutto comincia in un aeroporto dell’Ohio, nel 2002, con una maglia da football e due ragazzi del posto con la passione per le divise sportive. Paul all’epoca le vendeva – nel senso letterale, dal bagagliaio della sua macchina – e LeBron, già prodigio nazionale, lo fermò per una jersey di Warren Moon. Da lì nacque un’amicizia che ha resistito a vent’anni di NBA, cambi di squadra, scandali e ricostruzioni.

Eppure Paul non è diventato subito il suo agente. LeBron arrivò nella lega affidandosi ad altri, cambiando rappresentante un paio di volte nel corso degli anni. Fu solo nel 2012 che Paul decise di mettersi in proprio con Klutch Sports, e fu proprio James il primo grande nome a scommettere su di lui.

Da quel momento l’agenzia ha scalato posizioni in modo costante, arrivando oggi a rappresentare oltre 40 giocatori NBA e a mettere radici anche nel basket universitario – con nomi di peso già in rampa di lancio prima ancora di arrivare tra i professionisti.

Ma i successi non hanno fatto dimenticare a Paul da dove viene e quanto fosse sola quella strada. Ancora oggi racconta di come, agli inizi, nessun agente afroamericano affermato gli abbia offerto una mano o un consiglio. Al contrario: giravano nelle famiglie a seminare dubbi, a dipingerlo come uno che viveva all’ombra di LeBron e che sarebbe scomparso insieme a lui.

Quella narrativa non si è concretizzata – almeno per ora. Ma la domanda aleggia nell’aria: quando LeBron si ritirerà, cosa resterà dell’impero che i due hanno costruito insieme?

Per adesso, Klutch Sports è solidissima. E l’unica cosa che sembra davvero in grado di danneggiarla non è la concorrenza, ma l’astio di chi non riesce ad accettare che un ragazzo cresciuto vendendo maglie in un parcheggio sia diventato uno degli uomini più influenti dello sport americano.

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