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Dai Knicks a Wembanyama: i grandi protagonisti dei Playoff NBA 2026

I Playoff NBA 2026 entrano nel vivo: dai Knicks dominanti al clamoroso impatto di Victor Wembanyama, passando per il lavoro sorprendente di JJ Redick ai Lakers. Analisi, protagonisti e trend tattici della postseason

Mentre il proverbiale piatto forte della stagione sta avvicinandosi a grandi passi, non è ancora tempo di giudizi assoluti, ma ogni momento è buono per fare il punto della situazione.

E se la prossima settimana inizieranno le Conference Finals NBA 2026, dove le migliori quattro squadre combatteranno per raggiungere l’agognatissimo ultimo atto, proviamo a definire chi ha stupito in positivo ad oggi. Prevalentemente guardando agli effetti sul gioco, che si tratti di singolo o di squadra.

Bentornati amici a Fuori dagli Schemi, la newsletter di Dunkest che prova ad andare oltre la prima superficie del gioco, alla ricerca di trend tattici che guardino all’evoluzione del basket.

Oggi, forti di due turni di postseason, analizziamo chi ha giocato meglio, chi ha allenato meglio e chi è stato il più determinante in campo fino ad oggi – cioè, più o meno nel mezzo del percorso per chi si laureerà campione tra un mese circa.

New York Knicks: il basket più completo della postseason

Iniziando da qui, verrebbe naturale decretare al contempo anche chi ha allenato meglio ad oggi, perché in tempo di playoff aggiustarsi e preparare i matchup sulle debolezze altrui è all’ordine del giorno e sinonimo di valore a livello di coaching staff.

Tuttavia, per quanto coach Mike Brown stia mettendo in campo la squadra che al momento gioca il miglior basket del mondo su ambo i lati del campo, proviamo a scindere le due cose. E quindi: i New York Knicks stanno proponendo il basket più godibile, ma qualcuno forse ha allenato in modo più fantasioso del loro coach.

Anche perché è stato sufficiente un unico grande aggiustamento per risolvere tutti i problemi evidenziati dai primi tre incontri dei Knickerbockers, due dei quali persi dagli Hawks: la sorgente offensiva primaria. Con Jalen Brunson che rischiava di trovarsi in difficoltà contro i difensori di Atlanta, destinato a spendere troppe energie e arrivare nei finali completamente scarico, utilizzare Karl-Anthony Towns come iniziatore è stata una grande idea.

L’ex Wolves non solo ha più che raddoppiato i suoi assist di media rispetto alla stagione regolare, ma partendo da dietro l’arco – considerando la sua pericolosità balistica e la capacità di attaccare il diretto avversario – ha praticato un’offesa multidimensionale capace di generare una gravità profonda verso le difese opposte.

E finalmente tutto il lavoro di tagli e movimento off the ball avviato da New York in avvio di regular season ha dato i suoi frutti. Far partire Brunson lontano dalla palla lo propone più fresco ed efficace a livello di scoring; al contempo si è riusciti a reinserire offensivamente un Mikal Bridges che altrimenti si accontentava troppo spesso di tiri fuori ritmo, trovandosi con la palla in mano in situazioni statiche – ben diverso il risultato da tagliante e sfruttante i blocchi dei compagni.

Compagni che poi, in un contesto così produttivo da un lato, sputano letteralmente il sangue dall’altro: è grazie a Anunoby, Hart, McBride, allo stesso Bridges, alla presenza dei lunghi sotto canestro e alla pressione sulla palla che New York ha schiacciato i Sixers con uno sweep al secondo turno, non solo con un attacco stratosferico ma pure con una difesa parimenti efficace.

Senza ombra di dubbio, proponendo il basket più completo e divertente da vedere ad oggi – e pure vincente, considerando che dopo lo svantaggio nella serie con gli Hawks non hanno più perso nelle ultime 7 gare disputate.

Victor Wembanyama: l’impatto più dominante dei Playoff NBA

Già i numeri di regular season non lasciavano dubbi, e le prestazioni nella prima postseason in carriera di Victor Wembanyama risplendono coerenti, per quanto non fosse scontato. Si temeva l’impatto con una pallacanestro più fisica, si poteva dubitare della sua tenuta fisica e mentale, considerando leggerezza e inesperienza in un corpo da unicorno. E il francese ha già dimostrato di poter incontrare e superare una serie di avversità, rispondendo nel migliore dei modi.

Al primo turno contro Portland, una brutta botta in faccia lo ha tenuto fuori per una gara e mezzo, dentro il concussion protocol. Al suo rientro – dopo che i suoi han dimostrato di poter vincere anche senza di lui, segnale importante visti i dati on/off stagionali – ha letteralmente dominato le partite seguenti, chiudendo la serie.

Contro i Wolves, cedendo alle provocazioni di una pallacanestro fisica e commettendo un brutto fallo intenzionale valevole di espulsione in gara 5, è rientrato nella gara seguente con un primo quarto devastante, dominante sia realizzativamente che nella metà campo difensiva, dove cambia le sorti delle azioni avversarie, la loro geografia e la loro efficacia.

Insomma, questo ragazzone al terzo anno da professionista e ai primi playoff disputati si sta confermando rebus intraducibile, impattando pesantemente sui due lati del campo e guidando un gruppo giovane come quello degli Spurs, che matura di partita in partita.

Una squadra che ancora non ha un posto garantito alle Conference Finals ma potrebbe seriamente rappresentare il cliente più difficile da affrontare per i Thunder, altrimenti veleggianti – in apparenza – verso il back to back.

JJ Redick: il valore del coaching oltre il risultato

E quindi, a proposito di Thunder, proviamo a dare qualche merito agli sconfitti. Parlerei di JJ Redick dei Lakers, anche se forse non è stato il più magistrale in ottica coaching, anche considerando i risultati. Tuttavia ha senso considerare il materiale umano a disposizione di default, con l’aggiunta delle assenze pesantissime di Doncic e un Reaves rientrato in corsa – forzando i tempi – palesemente lontano dalla miglior forma.

L’ex podcaster ha dovuto reinventare il gruppo battendo Houston con il quarantunenne LeBron James alla guida, disegnando improbabili giochi con Kennard o Smart da protagonisti, sforzandosi di tollerare – senza abbattersi – un Ayton imbarazzante al secondo turno. E aggiustandosi bene, ottenendo molto più del possibile, considerando la discrepanza di talento tra i gialloviola e i Thunder.

Certo, uscire con uno sweep è tutt’altro che lusinghiero, ma il modo in cui Redick ha organizzato la difesa su Shai Gilgeous-Alexander – provando a gestire Holmgren per cedere prevalentemente ad un Ajay Mitchell apparso cresciuto e a tratti immarcabile – è stato da applausi. I suoi Lakers hanno dato tutto, e con scelte oculate come i raddoppi sistematici su Durant in gara 2 del primo turno, JJ ha comunque portato a casa la sua prima serie in carriera da allenatore.

Dimostrando ancora una volta che di stoffa ce n’è, e forse con un roster più profondo e lavorabile – l’aggiunta di Doncic aiuterebbe ma non risolverebbe certe falle evidenti da tempo – potrebbero arrivare pure risultati differenti. Del resto, è quello che sperano a Los Angeles, in attesa di capire se i free agent Reaves e James saranno della squadra anche la prossima stagione – e il ritorno di entrambi non appare proprio quotatissimo.

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