Draft NBA, le 15 migliori steal della storia
Dal passato ai giorni nostri, ecco le 15 migliori steal del Draft NBA: talenti scelti oltre la 20esima posizione che sono diventati All-Star, MVP o campioni NBA
Il Draft NBA è il momento in cui ogni franchigia costruisce il proprio futuro, ma non sempre i migliori talenti vengono scelti nelle prime posizioni. Nel corso della storia della lega, alcuni giocatori selezionati ben oltre la lottery – e spesso anche al secondo giro – si sono trasformati in autentiche “Steal del Draft“, diventando All-Star, All-NBA e protagonisti nella conquista del titolo.
Sebbene nessun MVP sia mai stato scelto al secondo giro fino all’arrivo di Nikola Jokic, molti giocatori selezionati dopo la 20esima chiamata hanno conquistato premi individuali come Rookie of the Year, Defensive Player of the Year e Most Improved Player, oppure si sono affermati come pedine fondamentali per squadre da titolo.
In questa raccolta analizziamo le 15 migliori steal del Draft NBA di tutti i tempi, soffermandoci sui giocatori che hanno superato ogni aspettativa e lasciato un segno indelebile nella storia della lega. Per essere considerata una vera steal, una scelta deve arrivare almeno dalla 20esima posizione in poi, quando il margine d’errore aumenta e individuare un futuro campione diventa molto più difficile.
15. Serge Ibaka (NBA Draft 2008 – scelta numero 24)
Nel 2008 viene selezionato dai Seattle Supersonics, che soltanto 6 giorni dopo faranno le valigie, direzione Oklahoma City. Arrivato in NBA come un diamante grezzo, ha una crescita esponenziale in maglia Thunder, una squadra stracolma di giovani talenti come Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden (oltre allo stesso Ibaka), che arriva alle Finals 2012, che verrà però sconfitta dai Miami Heat dei Big Three.
Nonostante le fantastiche premesse di inizio carriera siano in parte venute meno, il congolese naturalizzato spagnolo ha continuato ad essere un giocatore importante per i Toronto Raptors, conquistando il titolo nel 2019. Dai Raptors si trasferisce, nel 2020 ai Los Angeles Clippers e nella stagione successiva ai Bucks, non riuscendo ad essere il giocatore d’impatto visto con la casacca dei canadesi, a causa di diversi infortuni e volando in direzione Europa.
14. Danny Green (NBA Draft 2009 – scelta numero 46)
Se parliamo di “giocatori di contesto”, eccone un perfetto esempio. Danny Green è riuscito a centrare il bersaglio grosso in ben tre occasioni: la prima con i San Antonio Spurs dei Big Four nel 2014, la seconda con gli stoici Toronto Raptors della stagione 2018/19 ed infine coi Los Angeles Lakers del duo LeBron-Davis nel 2020.
Nonostante un ruolo spesso circoscritto al tiro piazzato e alla fase difensiva, l’apporto di Green alla propria squadra è sempre stato chiave, ma è soprattutto nelle partite che contano che il vero Danny Green dimostra tutto il proprio valore, quelle gare in cui i role players devono dare il meglio, come dimostrano le 27 triple realizzate nella serie finale del 2014, la seconda miglior prestazione dall’arco nella storia delle Finals. E uno così è stato scelto alla numero 46?
13. Khris Middleton (NBA Draft 2012 – numero 39)
Scelto dai Pistons e girato in D-League, viene ceduto l’anno successivo ai Bucks da cui parte la scalata verso la prima convocazione all’All Star Game del 2019, dopo aver consolidato il ruolo di secondo violino in una squadra dominata da un greco di discrete qualità individuali.
Le sue capacità lo fanno emergere come uno dei migliori 3&D della lega attuale, forte di ottime percentuali dall’arco e di una solida difesa, sfiorando di poco l’ingresso nel club dei 50-40-90. Nelle stagioni successive arriva un altra convocazione all’All star Game ed il titolo NBA coi Milwaukee Bucks nel 2021.
12. Kyle Lowry (NBA Draft 2006 – numero 24)
Viene scelto dai Memphis Grizzlies, dove trascorre le prime stagioni della sua carriera NBA, per poi passare agli Houston Rockets e, nel 2012, ai Raptors, la squadra che lo consacrerà. Non è stato l’uomo-copertina del titolo del 2019, ma è l’idolo incontrastato del Nord, un tifoso prima ancora che un giocatore, e che giocatore.
Dopo esser rimasti orfani di Kawhi, i Raptors hanno dovuto salutare un altra pedina fondamentale nella corsa al titolo del 2019, con il suo trasferimento a Miami. Ma certi amori si sa, fanno giri immensi e poi ritornato, e così Lowry, dopo le esperienze con Heat e 76ers, andrà a chiudere la sua carriera proprio dove ha lasciato il cuore, in quel di Toronto.
11. Sam Cassell (NBA Draft 1993 – scelta numero 24)
In compagnia di Hakeem Olajuwon ha portato a casa due titoli back-to-back con i Rockets, giocando come play titolare e contribuendo in maniera significativa alla loro vittoria. Questo quando era precisamente al primo e secondo anno nella NBA, poi chiuderà la carriera proprio nello stesso modo in cui è iniziata, vincendo l’anello in divisa bianco-verde Celtics.
La scelta alla numero 24 non fu un caso, il draft sembrava particolarmente ricco di giocatori “NBA ready” e lui, con il suo fisico gracile, non rientrava nella categoria. Niente di più sbagliato, perché il suo status, che fosse da secondo, terzo violino o semplice role player, è stato di grande aiuto in ogni franchigia.
Gli All-Star Game del 2004 il giusto premio alla carriera dopo un’annata spettacolare come parte dei “big 3” di Minnesota con Garnett e Sprewell, non prima di essere stato componente di un altro “big three” tra i più belli della Lega, ai Bucks con Allen e Robinson. Nel 2006 ha guidato i Clippers alla loro prima vittoria in una serie di play-off, forse la sua vittoria più grande, visto che non accadeva dal 1978.
10. Rudy Gobert (Draft 2013 – scelta numero 27)
The Stifle Tower è stato scelto ai margini del primo giro dai Denver Nuggets per essere immediatamente scambiato agli Utah Jazz, di cui è stato per anni il centro titolare, fino alla clamorosa trade che l’ha portato a Minnesota. Con i Timberwolves ha raggiunto due volte le finali di Conference, non riuscendo però a conquistare l’anello o l’apparizione alle NBA Finals.
Oltre a tre convocazioni per l’All Star Game, Gobert vanta un pedigree difensivo di tutto rispetto, che lo colloca di diritto tra i top di categoria della lega odierna: miglior stoppatore del 2017, miglior rimbalzista del 2022, quattro volte Defensive Player of The Year nel 2018, 2019, 2021 e 2024 – record condiviso con leggende del calibro di Ben Wallace e Dikembe Mutombo – ed otto volte nel primo quintetto All Defensive.
9. Pascal Siakam (Draft 2016 – scelta numero 27)
Arrivato a Toronto con la scelta numero 27, disputa la prima parte del campionato da titolare prima di perdere il posto in favore di Patterson e Ibaka. Visto lo scarso utilizzo viene girato alla squadra di G-League dei Raptors, con cui vince il campionato diventando MVP delle Finals.
Di ritorno in prima squadra il suo gioco continua a crescere ed evolversi, fino alla trionfale stagione 2018-19 nella quale si aggiudica il premio di Most Improved Player e il suo primo titolo NBA, nonché primo titolo della franchigia. Le sue prestazioni nel corso di tutti i Playoff lo mettono in luce agli occhi del grande pubblico e la partenza di Leonard lo innalza al livello di Kyle Lowry come uomo franchigia, guadagnandosi anche la sua prima convocazione all’All Star Game 2020.
Sdoganata la sua presenza tra i grandi, arriverà agli Indiana Pacers nel gennaio 2024 via trade, affermandosi fin da subito come il perfetto complemento di Tyrese Haliburton. Ha aiutato Indiana a raggiungere le NBA Finals del 2025, conquistando anche il premio di Eastern Conference Finals MVP grazie alle sue prestazioni decisive contro i New York Knicks, contando ad oggi 4 convocazioni totali come All-Star.
8. Marc Gasol (NBA Draft 2007 – scelta numero 48)
Se vi sembra clamoroso che sia stato scelto soltanto alla numero 48, vi stupirà ancora di più sapere che non giocò nemmeno un minuto nella sua stagione da rookie. A pochi mesi di distanza dal Draft, Gasol verrà scambiato dai Lakers (squadra che lo aveva draftato) per arrivare a suo fratello Pau, proveniente dai Memphis Grizzlies.
Nel Tennessee diventa protagonista, raggiungendo le finali di conference nel 2013 e segnando la storia della franchigia insieme a Mike Conley e Zach Randolph, con i quali dà vita all’era del Grit and Grind. Rimarrà a Memphis fino a febbraio del 2019, quando si trasferirà ai Toronto Raptors, apportando un grandissimo valore aggiunto senza il quale difficilmente il titolo sarebbe arrivato in Canada.
Dopo una stagione trascorsa indossando i colori dei Los Angeles Lakers, Marc Gasol si è trasferito in Spagna, il suo paese nativo, per giocare nelle fila del Girona Basket, franchigia che aveva abbandonato nel 2008 per approdare in NBA. Termina la sua carriera come Defensive Player Of the Year nel 2013 e tre volte All-Star (2012, 2015, 2017).
7. Gilbert Arenas (NBA Draft 2001 – scelta numero 31)
Viene scelto dai Golden State Warriors, dove fin dagli esordi dimostra tutto il suo valore, vincendo il premio di Most Improved Player alla seconda stagione. Nel 2003 diventa free agent e viene acquistato dai Washington Wizards, dove diventerà il franchise player indiscusso e uno dei migliori scorer della lega, capace di realizzare 60 punti a spese di Kobe e 45 a spese di LeBron.
All-star per tre anni consecutivi (2005, 2006 e 2007), il peggior nemico di Agent 0 si trova però allo specchio, tanto che viene sospeso per aver portato un’arma da fuoco all’interno dello spogliatoio, violando non solo il regolamento NBA, ma anche la legge. Il reato viene punito, oltre che dalla prevedibile sospensione dalla lega, da 2 anni di libertà vigilata.
Arenas tornerà sul parquet della NBA, ma non sarà mai più lo stesso e, soprattutto, non verrà mai più visto allo stesso modo, nonostante il talento non manchi. Nel 2012 lascia gli USA per andare a giocare in Cina, dove disputerà una stagione con la maglia degli Shanghai Sharks. Nonostante un finale di carriera ingeneroso, abbiamo deciso di premiarlo con il settimo posto in questa classifica per il talento sconfinato nei suoi anni migliori, con il ricordo amaro di quella che aveva tutte le carte in regola per essere una carriera leggendaria.
6. Rajon Rondo (NBA Draft 2006 – scelta numero 21)
Al limite del criterio adottato per questa classifica, Rajon Rondo viene scelto alla numero 21 dai Phoenix Suns, i quali lo impacchettano subito in direzione Boston. Nel Massachusetts stupirà tutti, in particolare nella stagione da sophomore, quando dimostrerà che i Big Three dei Celtics sono in realtà dei Big Four, smazzando addirittura 16 assist in gara 2 delle Finals contro i Los Angeles Lakers e conquistando il primo anello.
Una volta arrivata la consacrazione, Rondo prende sempre più in mano le redini dei Celtics, complice anche l’età avanzata di Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen: il numero 9 diventa uno dei passatori più letali degli ultimi anni, vincendo la classifica degli assist per 2 anni consecutivi.
Inizia poi un breve periodo da “vagabondo” nel quale cambia 4 squadre in 4 anni, regalando qualche prestazione di altissimo livello e portandosi anche a casa un altro titolo di miglior assistman in maglia Kings, ma senza mai lasciare veramente il segno. Nel 2018 approda ai Lakers, dove ritrova la sua dimensione trascinando i giallo-viola al tanto bramato titolo nella stagione 2019-2020. Dopo una seconda fase da girovago, chiuderà la carriera ai Cavs come: 3 volte miglior passatore della lega (2012, 2013 e 2016), 4 volte All-Star (2010, 2011, 2012 e 2013), migliore per palle rubate nel 2010 e 2 volte primo quintetto difensivo (2010 e 2011).
5. Jimmy Butler (Draft 2011 – scelta numero 30)
I Chicago Bulls utilizzano la loro ultima scelta al primo giro del 2011 per selezionare il prodotto di Marquette University: si troveranno per le mani un giocatore totale, asso della difesa e attaccante di alto livello.
Jimmy si porterà a casa il Most Improved Player del 2015, anno in cui ottiene la prima delle sei convocazioni all’All Star Game. Dal 2017 passa tra Timberwolves, 76ers e Miami Heat, con cui raggiunge le NBA Finals 2020, inchinandosi solo ai Lakers di LeBron James. Leader nella classifica delle rubate nel 2021, successivamente approda ai Golden State Warriors di Steph Curry, in cui milita tutt’ora.
4. Draymond Green (Draft 2012 – scelta numero 35)
In questa classifica non potevamo fare a meno di citare Draymond Green: elemento chiave degli Warriors delle meraviglie, con cui si è aggiudicato quattro campionati, non porta in campo le stesse qualità tecniche dei suoi illustri colleghi Curry e Thompson ma una grinta senza pari e una ferocia difensiva di prim’ordine.
Miglior difensore della lega nel 2017, quattro volte All Star e nove volte All Defensive Team, ha rischiato di inserirsi nell’esclusivo club delle quadruple doppie che ha mancato solo per l’assenza dei punti, rimanendo però nella storia come il primo giocatore a totalizzare una tripla doppia senza aver messo a referto 10 punti.
3. Manu Ginobili (NBA Draft 1999 – scelta numero 57)
Non la stella più brillante della squadra, ma il rapporto “scelta-rendimento” è di sicuro tra i migliori, se non il migliore, nella storia della Lega, scelto alla numero 57, alla fine del secondo giro, lui nemmeno sapeva di essere diventato parte del roster degli Spurs. Chiamato nel 1999, ma il suo debutto in NBA arriva solo 3 anni dopo e da rookie diventa campione per la prima volta, trasformandosi da giocatore di rotazione a semi-protagonista in pochi mesi.
Sposa il progetto San Antonio a vita e con loro diventerà campione NBA altre tre volte, sarà fondamentale per la vittoria del titolo nel 2005 e nel 2014, da veterano dei play-off, si prenderà una rivincita anche personale contro i Miami Heat, dopo essere stato sconfitto l’anno precedente. Con Duncan e Parker ha formato il trio più iconico della storia della franchigia e uno dei più vincenti in NBA, ha ricoperto qualsiasi ruolo gli chiedesse coach Pop: infatti, vince anche il trofeo di sesto uomo dell’anno nel 2008.
Se pensate che sia stato vincente solo grazie ai neroargento o che gli anni tra il 1999 e il 2002 siano stati solo di passaggio, sappiate che in Italia è una vera e propria leggenda, avendo vinto qualsiasi competizione a cui abbia partecipato. Con la nazionale ha collezionato numerose medaglie, tra cui la storica d’oro alle olimpiadi di Atene. Infine la sua maglia numero 20 è stata ritirata con una celebrazione degna del giocatore e dell’uomo che è sempre stato Manu, in campo e fuori; un esempio per le generazioni a venire.
Non male per chi, scelto con quel numero così alto, non avrebbe avuto chance di fare strada negli Stati Uniti.
2. Tony Parker (NBA Draft 2001 – scelta numero 28)
Tony Parker non poteva non essere tra i migliori. Inferiore ad Arenas se parliamo di go-to guy, ma una carriera che parla da sola: 4 volte campione NBA, 1 premio di MVP delle Finals e 6 convocazioni all’All Star Game, dei traguardi importantissimi che comunque non bastano a descrivere l’importanza di Parker per i San Antonio Spurs, per la NBA e, soprattutto, per il basket europeo, del quale è indubbiamente uno dei migliori esponenti di sempre.
Il punto più alto arriva nel 2007, anno in cui viene eletto miglior giocatore delle finali che vedono i suoi Spurs opposti ai Cleveland Cavaliers di LeBron: per il francese sono 24.5 punti di media, conditi con 5 rimbalzi e 3.3 assist, è la ciliegina sulla torta.
Dopo una vita in maglia Spurs, Parker passa agli Charlotte Hornets, dove gioca la stagione 2018-2019, l’ultima di una lunga e leggendaria carriera.
1. Nikola Jokic (Draft 2014 – scelta numero 41)
I Denver Nuggets ci hanno visto lungo con lui: dietro i 2.13 m e 113 kg di Joker hanno visto un talento cristallino e mani educatissime.
Nonostante la sua stazza ed il suo fisico robusto, grazie a prestazioni fenomenali, Nikola si è garantito un posto nell’élite della lega a suon di triple doppie, tra cui la più veloce di sempre in 13 minuti e la seconda tripla doppia della storia con il 100% al tiro (il primo è stato un certo Wilt Chamberlain).
Campione NBA nel 2023, con annesso titolo di MVP delle Finals, otto volte All Star, tre volte MVP della Regular Season (2021, 2022 e 2024) e miglior assistman e rimbalzista nel 2026, unico giocatore scelto al secondo giro del Draft ad aver vinto un titolo di MVP nella storia della lega: semplicemente non ci sono parole per descriverlo.