Infortuni NBA, i numeri sono preoccupanti
Non è soltanto una sensazione: in NBA gli infortuni sono aumentati parecchio. L’analisi di Brian Sutterer spiega cosa è cambiato negli ultimi vent’anni
La sensazione che in NBA ci siano sempre più giocatori fermi ai box non è soltanto un’impressione. Basta guardare gli injury report delle ultime stagioni per rendersi conto di quanto gli infortuni siano diventati un argomento ricorrente, ma a dare una dimensione più precisa al fenomeno ci ha pensato Brian Sutterer, medico noto per le sue analisi degli infortuni nel basket.
Attraverso uno studio che prende in considerazione le stagioni dal 2005/06 al 2025/26, Sutterer ha cercato di capire quanto sia cambiata la situazione negli ultimi vent’anni. E i risultati raccontano una realtà piuttosto chiara: i giocatori NBA si infortunano molto più spesso rispetto al passato, anche se i singoli stop tendono a durare meno.
Un dato che, almeno in parte, ribalta l’idea secondo cui il problema principale sarebbe rappresentato da infortuni sempre più lunghi e complicati da recuperare.
In NBA si saltano il doppio delle partite per infortunio
Nel 2005/06, le assenze legate a problemi muscolari, ossei e articolari rappresentavano il 10,8% delle partite. Nell’ultima stagione analizzata, il 2025/26, questa percentuale è arrivata al 21.2%.
In pratica, oggi i giocatori NBA perdono per infortunio quasi il doppio delle gare rispetto a vent’anni fa. Un aumento che non riguarda soltanto le stelle della lega, spesso al centro delle discussioni per le partite saltate, ma anche chi ha un ruolo stabile nelle rotazioni.
Prendendo come riferimento i giocatori che disputano almeno 20 minuti di media, infatti, si è passati da circa 7.5 partite saltate a stagione alle attuali 15.4.
Ma è osservando la frequenza degli infortuni che emerge il dato forse più interessante dell’intera analisi.
Se nel 2005/06 un giocatore di rotazione registrava mediamente 0.9 episodi di assenza per infortunio a stagione, oggi siamo arrivati a 3.2. Un incremento di oltre tre volte che spiega buona parte delle gare perse.
Il paradosso è che, nello stesso periodo, la durata media dei singoli stop è diminuita, passando da 8 a 4.4 partite.
Questo significa che i giocatori non stanno necessariamente affrontando infortuni più lunghi, ma si fermano con una frequenza decisamente maggiore. Molte delle assenze aggiuntive sono infatti legate a problemi di breve durata, che costringono a saltare poche gare prima di tornare in campo.
Anche gli infortuni più gravi sono in aumento
Sarebbe però sbagliato pensare che il fenomeno riguardi esclusivamente piccoli fastidi o stop precauzionali.
Secondo Sutterer, anche gli infortuni che comportano almeno 20 partite di assenza sono diventati più frequenti. Confrontando il periodo 2005-2012 con quello 2019-2026, si passa da circa 1.7 a 2.8 episodi ogni 1.000 presenze in partita, con un incremento vicino al 70%.
E a differenza degli infortuni più leggeri, quelli seri continuano a richiedere tempi di recupero sostanzialmente simili al passato. Per gli stop che superano le dieci partite, la media rimane infatti intorno alle 22 gare.
Una distinzione importante, perché aiuta a comprendere meglio cosa stia succedendo nella lega: da una parte aumentano soprattutto gli infortuni di breve durata, dall’altra crescono anche quelli più pesanti, senza che la loro durata media sia cambiata in modo significativo.
L’analisi prende in considerazione anche le rotture del legamento crociato anteriore e del tendine d’Achille, due degli infortuni più temuti nel basket.
In questo caso si registra un aumento più contenuto, con una media combinata passata da 4.6 a 6.3 episodi per stagione tra i due periodi analizzati, includendo anche Playoff e offseason. Numeri che lo stesso Sutterer invita però a non sopravvalutare: gli episodi annuali sono ancora troppo pochi per parlare con certezza di una tendenza consolidata.
Perché i giocatori NBA si infortunano così spesso?
È la domanda che probabilmente si pongono tifosi, allenatori e addetti ai lavori, soprattutto in una lega che negli ultimi anni ha investito enormemente nella preparazione atletica e nella prevenzione.
Eppure, nonostante i progressi della medicina sportiva, le assenze continuano ad aumentare.
Il calendario particolarmente intenso, la velocità del gioco moderno, i continui cambi di direzione e i carichi di lavoro sono tutti elementi che potrebbero contribuire al fenomeno. Allo stesso tempo, gli staff medici oggi prestano maggiore attenzione anche ai problemi meno gravi, scegliendo spesso di fermare un giocatore prima che un piccolo fastidio possa trasformarsi in qualcosa di più serio.
È possibile, quindi, che una parte dell’aumento delle assenze sia legata anche a una gestione più prudente degli infortuni, oltre che a eventuali differenze nel modo in cui vengono registrati.
Lo studio di Sutterer, però, non permette di stabilire con certezza quanto pesi ciascuno di questi fattori.
Quello che emerge è soprattutto un cambiamento nel modo in cui gli infortuni incidono sulle stagioni NBA. I giocatori si fermano più spesso, tornano mediamente prima, ma finiscono comunque per saltare molte più partite rispetto al passato.
E mentre il dibattito su calendario, gestione dei carichi e prevenzione continua, i numeri confermano che il problema esiste davvero. Capire come ridurlo, invece, rimane una delle sfide più importanti per la NBA.