NBA, i 10 migliori ad aver vinto in Europa e in America

In questa lista troviamo veramente di tutto e magari un giorno inseriremo anche Luka Doncic, già in lizza per essere uno dei pochi eletti.

Ginobili festeggia dopo l'ennesima vittoria in maglia Spurs

Da sempre si fa distinzione tra chi vince in Europa e chi riesce ad avere impatto anche negli Stati Uniti, ritenuti da tutti l’obiettivo massimo e l’altezza a cui porre l’asticella. Nel corso degli anni sono passati diversi campioni da un continente all’altro, chi dimostrando di sapercela fare da entrambe le parti, alcuni faticando non poco in NBA e poi vincendo tutto lo scibile appena emigrati dal paese a stelle e strisce; seppur rari, non mancano quelli che in Europa sembravano destinati a fallire e poi hanno trovato l’elisir di lunga vita con l’approdo nella lega americana. Spesso anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto ha avuto la sua valenza, alcuni giocatori hanno avuto come compagni dei veri e propri fenomeni e se nel loro palmarès compare più di un titolo devono ringraziare il destino.

Tra i giocatori con carriere interessanti in NBA e poi diventati dei vincenti in Europa troviamo senza dubbio Dominique Wilkins ed Anthony Parker, addirittura uno dei cinquanta ad aver contribuito a rendere grande l’Eurolega; poi c’è chi come Anthony Bennett ha avuto la chance della vita giocando al Fenerbahce con Obradovic nel 2017, vincendo il massimo alloro europeo. La lista dei campioni sarebbe lunghissima, da Petrovic a Sabonis, da Bodiroga a Danilovic, chi ha giocato negli states troppo tardi o chi proprio li ha sempre ritenuti inferiori come livello di gioco, incentrato solo sullo spettacolo e poco sulla concretezza, ma che avrebbe fatto comodo a molte franchigie.

#10. Rich Jones

Fossimo stati fiscali, il signor Jones non sarebbe rientrato nella categoria, ma una classifica a 9 uomini risulterebbe incompleta e poi quest’uomo almeno un anno in NBA è riuscito a giocarlo. Rich è colui che ha siglato l’ultimo punto nella storia della ABA, nelle Finals contro i Nuggets ha messo il sigillo in gara 6 sul risultato di 112-106, diventando campione con i New York Nets. La sua carriera non è durata molto, solo 8 anni di professionismo dal 1969 al 1977 divisi tra Italia e Stati Uniti; scelto alla numero 58 dai Phoenix Suns, non ha mai giocato in Arizona, debuttando da pro nella Pallacanestro Varese. Nel 1970, guidata da uno splendido Dino Meneghin, la Ignis diventa campione d’Europa per la prima volta e anche Jones scrive il proprio nome tra i vincenti. Sei anni dopo, nell’ultimo anno di esistenza della ABA, vince il titolo con i New York Nets diventando l’unico a fare doppietta ABA-Eurolega.

#9. Josh Powell

Non guardate la pagina Wikipedia di Josh Powell e non contate il numero di squadre in cui ha giocato, vi fareste molto male, perché al suo posto avreste potuto esserci voi. Ventitre squadre, un turista per caso in giro per qualsiasi continente in cui l’uomo possa mettere piede, ma soprattutto tre titoli tra NBA ed Eurolega. Se vi state chiedendo come ha fatto questo nomade a vincere così tanto, la risposta è semplice: il posto giusto al momento giusto. Due anni di garbage time ai Los Angeles Lakers con Kobe Bryant e due titoli consecutivi guadagnati, poi nel mezzo tra USA ed Europa ci sono state altre quattro squadre come Atlanta, Neuchatel, Liaoning e Brujos, fino alla Grecia sponda Olympiakos. L’esperienza finì coronando il sogno di diventare campione d’Europa nel 2013 e arrivata l’estate fu “arrivederci e grazie”, proprio come glielo diciamo noi in questo momento.

#8. Jim Brewer

Tanti anni di NBA, pochissimi di qualità. Volendo essere brutali, essendo stato scelto alla numero due nel Draft del 1973, possiamo tranquillamente etichettarlo come bust. I Cavaliers erano convinti di aver preso una stella, ma Brewer si dimostrò nulla più che un gregario, i momenti in cui il pubblico gridava “Two for the Brew!” non durarono a lungo, le sue doti difensive andarono scemando così come il suo fisico, lasciando più ombre che luci negli ultimi anni della sua carriera in Ohio, i pochi mesi con i Pistons e la parentesi nell’Oregon post Bill Walton. Maturando fece scelte oculate in termini contrattuali e di squadre in cui accasarsi e come accade a molti giocatori, pur di far team con dei fenomeni, si giocherebbe anche gratis. Il suo trasferimento ai Lakers da i suoi frutti al secondo ed ultimo anno, in compagnia di Jabbar e Magic porta a casa il titolo NBA tanto agoniato; l’anno dopo, vedendo i propri petali appassire, prova a sbarcare in Europa e la scelta si rivela vincente ancora una volta: infatti, con la Ford Cantù, vince l’Eurolega e sfiora il titolo Intercontinentale.

Cantù, Coppa Campioni 1983

#7. Larry Wright

Giocatore poco altisonante durante i suoi anni di basket in NBA, però nei suoi dodici anni di professionismo è stata l’Italia la terra dei sogni e se ne ricordano bene i tifosi di Roma. Larry Wright era per caso uno dei giocatori degli Washington Bullets campioni nel 1978 e vice campioni l’anno successivo, un sophomore e nulla più, eppure riuscì nell’essere di grande aiuto ai play-off, dove in uscita dalla panchina si guadagnò il pane e i complimenti dei più esperti Unseld ed Hayes. Dopo l’esperienza nella capitale giocò un solo anno ai Pistons e scaduto il contratto decise che l’Italia sarebbe stata la scelta giusta. Evidentemente giocare nella città più importante dello stato in cui si vive era una specie di talismano per Wright, diventando pedina fondamentale per la squadra sotto il Colosseo e protagonista di due trofei storici. Primo anno e in finale sconfissero la più quotata Olimpia Milano, conquistando il primo scudetto della loro storia; l’anno successivo arrivò l’Eurolega in finale contro il Barcellona di San Epifanio.

#6. Zan Tabak

Il gigante croato ha avuto una carriera particolare, anche non da protagonista è riuscito a vincere numerosi trofei e lo ha fatto in tre ruoli differenti: da giocatore, da assistente e da allenatore. La sua carriera in NBA sarebbe dovuta iniziare nel 1991, draftato da Houston, ma si sentiva ancora troppo acerbo per gli Stati Uniti, nonostante le tre Euroleghe vinte con la Jugoplastika e un’altra serie infinita di titoli in Jugoslavia tra campionati e coppe. Sceglie di seguire il sogno americano l’anno dopo il primo titolo dei Rockets diventando la riserva di Olajuwon, una bella montagna da scalare, ma proprio perché la squadra della perla nigeriana era nuovamente la favorita, ha cavalcato l’onda portando nella sua bacheca l’ennesimo trofeo. Il titolo NBA del 1995 però poteva non essere l’unico vinto negli states, poiché dopo l’esperienza nel Texas, Tabak ha indossato anche le divise di Raptors, Celtics ed infine dei Pacers, con cui ha giocato le Finals del 2000, diventando il primo giocatore europeo a partecipare a due finali con altrettante squadre. Nel 2001 torna in Europa dicendo che a 31 anni si sentiva ormai vecchio, con una carriera al tramonto casa sua sarebbe stato l’unico posto dove chiuderla.

#5. Rasho Nesterovic

Chi si ricorda di Radoslav in Europa ha bene impresso il suo talento e le enormi possibilità di diventare uno dei più forti giocatori europei al mondo. Il titolo di MVP agli Europei U-20 del 1996 fu la ciliegina sulla torta, farcita di dominio del pitturato e un fisico devastante per un giocatore di appena vent’anni. I tifosi della Virtus sono ben felici di aver avuto Nesterovic in rosa a fine anni 90′ ed è grazie a quelle prestazioni se ha deciso di rendersi eleggibile per il Draft NBA nel 1998, non prima di essere rimasto ancora un po’ a Bologna per vincere l’Eurolega e farsi nominare FIBA EuroStar. La NBA ha accolto con piacere il suo talento, in carriera ha giocato con i più grandi della Lega, veri Hall of Famer come Garnett e Duncan, campioni come Chris Bosh, Tony Parker e quello che avrebbe potuto essere suo compagno alla Virtus, Manu Ginobili. Non è stato un protagonista assoluto come nel vecchio continente, ma è riuscito a togliersi le sue soddisfazioni: infatti, sotto la guida di Popovich ha potuto coronare il sogno di diventare campione NBA nel 2005.

#4. Bill Bradley

La storia più bella da raccontare e probabilmente solo per il suo modo di scalare le vette avrebbe meritato il primo posto nella classifica. Il giovane Bradley era una mente brillante e poteva scegliere il basket con la borsa di studio data da Duke, ma una frattura al piede in estate rese difficile la scelta, pensando che tutto sommato Princeton avrebbe aiutato per una futura carriera politica. Il cuore diceva Blue Devils, ma la testa scelse la Ivy League a cui però non si accede per meriti sportivi e Bill dovette impegnarsi il doppio. Nei suoi tre anni al college fu un vero mattatore e i Knicks gli misero i fari sopra, scegliendolo al Draft del 1965 con la “territorial pick” e battendo la concorrenza dei 76ers. Lui che voleva finire gli studi non firmò subito e si trasferì in Italia, decisamente più vicina ad Oxford dove stava prendendo la laurea; il suo primo e unico anno all’Olimpia Milano gli valse l’Eurolega del 1966, dopodiché si arruolò e lasciò la pallacanestro. Un anno più tardi, a Dicembre 1967, diventa ufficialmente dei Knicks e contribuisce ai due titoli NBA conquistati nel 1970 e 1973 con anche una selezione da All-Star. Si ritira definitivamente nel 1977, due anni più tardi diventa senatore e rimane in carica fino al 1997, in mezzo l’introduzione nella Hall of Fame (1983) e il ritiro della maglia numero 24 (1984).

#3. Toni Kukoc

Giunti sul podio è doveroso prendere in considerazione due tra i più grandi vincitori del premio di sesto uomo dell’anno, giocatori che hanno incantato in Europa e in NBA, sebbene lo status di stella non sia mai stato a loro attribuito negli USA. Kukoc è uno di questi nomi, ala capace di portare nella Lega il suo basket europeo, adattandosi perfettamente alle richieste di un compagno difficile da accontentare come Michael Jordan. Tre titoli NBA con quella che è stata a tutti gli effetti la squadra più forte della storia, dove ha dato il suo meglio dalla panchina e conferendo al ruolo di sesto uomo un’importanza epocale. Dopo Chicago le esperienza ai 76ers con Iverson, agli Hawks e la carriera chiusa ai Bucks con Ray Allen e compagnia. In Europa poche righe non servirebbero per descrivere quanto sia stato importante, a partire dai successi con la Jugoplastika dei fenomeni (compagno di squadra di Zan Tabak, posizione numero sei) che gli ha portato tre trionfi internazionali, le vittorie con la Benetton Treviso e una serie infinita di premi individuali che lo hanno incoronato come uno dei 50 giocatori europei più forti ed influenti di sempre.

#2. Manu Ginobili

La medaglia d’argento all’altro fenomeno silenzioso, che sull’onda del predecessore Kukoc ha reso indispensabile avere un uomo di fiducia in partenza dal pino. Veloce, imprevedibile e dotato di un talento stellare, Manu Ginobili non ha mai cercato le luci della ribalta, sono arrivate perché gliele ha portate quella voglia di non voler mai perdere. C’è ancora chi si chiede se senza Duncan e Parker a formare quel trio perfetto, l’argentino oggi sarebbe considerato un giocatore vincente e senza di loro cosa sarebbe stato. Non esiste risposta, poiché ha saputo lavorare ed adattarsi alle esigenze e alle richieste di un luminare come Gregg Popovich, sfruttando i minuti da titolare e quelli con la second unit e questo lo ha portato a sollevare quattro titoli di campione nella lega americana, un trofeo di sesto uomo, gli All-Star Game e tanto altro. Prima di essere parte del triangolo delle bermuda texano, Ginobili ha viaggiato per l’Italia, terra promessa per chi desidera vincere prima o dopo l’esperienza americana. Con la Viola Reggio Calabria in A2 ha conquistato la sua shot al Draft 1999, gli anni successivi in cui è rimasto a maturare nella Virtus Bologna lo hanno incoronato come uno dei più forti giocatori che abbia giocato per le “VùNere”, conquistando Eurolega ed MVP della competizione nel 2001.

#1. Bob McAdoo

Non servono spiegazioni per questo primo posto, la stella si colloca sempre più in alto, che si parli di Natale o che si parli di galassia. Bob McAdoo è il basket dei nostri dei padri, cresciuti vedendo alla TV i suoi colpi migliori prima come centro dei Buffalo Braves con cui ha conquistato numerosi premi individuali tra cui quello di MVP, poi sotto la Grande Mela dove ha continuato ad incantare conquistandosi uno status definitivo di All-Star. Qualche infortunio di troppo ha intaccato i suoi numeri e il suo cammino nella leggenda della Lega, ma lo scambio ai Lakers fu una vera e propria manna dal cielo che lo portò a conquistare il suo primo titolo nel 1982, sebbene lui stesso non senta di averlo vinto per il poco contributo dato. Nel 1985 la storia cambia, gioca sempre al fianco dei fenomeni Jabbar, Worthy e Magic, partendo dalla panchina conquista il secondo titolo NBA, questa volta con un contributo vincente durante la finale epica terminata 4-2 ai danni dei Celtics. La carriera negli states finisce, McAdoo sembra finito ed invece l’Olimpia Milano lo mette sotto contratto quattro anni e in Lombardia ritrova nuova linfa. Due Eurolega consecutive vinte da protagonista, il titolo di miglior giocatore della competizione e di miglior marcatore; a Milano conquista anche due titoli nazionali, da tutti considerato come il miglior giocatore statunitense ad aver mai giocato in Europa e nel 2008 viene inserito nella lista dei 50 giocatori che hanno contribuito a rendere grande l’Eurolega. Piccola aggiunta ad una bacheca trofei già ricca, i tre titoli conquistati con i Miami Heat in qualità di assistente allenatore, di cui l’ultimo, nel 2013, arrivato in concomitanza con l’inscrizione del proprio nome nell’arca della gloria dell’Armani Jeans Milano.

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