In NBA è finita l’era di Trae Young (e Ja Morant): la verità sulle trade

La trade di Trae Young non è solo una scelta di mercato: è il segnale di una NBA che sta cambiando pelle. I playmaker offensivi e fragili in difesa rischiano di diventare un lusso che nessuno vuole più permettersi

Trae Young Ja Morant

Dopo quasi 8 anni Trae Young ha lasciato gli Atlanta Hawks all’interno di uno scambio che lo porterà a vestire la maglia di Washington (in cambio di C.J. McCollum e Corey Kispert). E tra tutte le motivazioni che hanno spinto gli Hawks a lasciar andare un giocatore come lui – per un pacchetto che non contiene nemmeno una scelta al Draft – ce n’è una in particolare: è finita l’era di Trae Young… e non solo ad Atlanta.

In una NBA che va sempre più verso il “position-less”, con sistemi offensivi basati su 5 tiratori e guidati spesso da un’ala (point-forward) più che da un playmaker, il tempo per giocatori come Trae o Ja Morant sta per scadere.

Gli Hawks hanno deciso di voltare pagina esattamente quando le falle difensive hanno iniziato a superare i benefici nell’altra metà campo. La NBA sta cambiando rapidamente e per alcuni giocatori sarà sempre più difficile trovare spazio in squadre progettate e assemblate per vincere il Titolo.

Le decisioni di Atlanta e Memphis

Così come Trae, anche Ja Morant sembra destinato a cambiare maglia per la prima volta in carriera – con i Memphis Grizzlies che sono alla ricerca di acquirenti e offerte allettanti prima della trade deadline.

Le loro strade, finora, sono state decisamente diverse (Ja Morant non ha mai trascinato Memphis alle Finali di Conference e Trae Young non ha mai mostrato pistole in diretta sui social), eppure le loro trade arrivano nello stesso momento.

Soprattutto negli ultimi mesi, entrambi sono diventati un peso per la propria squadra che finalmente ha trovato il coraggio di premere il pulsante rosso e cambiare qualcosa che da tempo non funziona più.

E, per quanto possa essere doloroso ammetterlo visto che si parla sempre di superstar, entrambi sono disfunzionali e inefficienti per gli standard del basket 2026. Decisamente lontani dal prototipo di uomo franchigia tanto cercato dalle squadre NBA in questo periodo storico.

Jalen Johnson dovrà dimostrare di poter essere un primo violino affidabile anche nelle serate storte, ma ora il rebuilding di Atlanta vede finalmente la luce: in estate avrà 60 milioni liberi (dato che CJ McCollum e Porzingis sono in scadenza) oltre alla possibilità di aggiungere un giocatore come Darryn Peterson con la scelta dei Pelicans.

Spesso premere il pulsante rosso fa paura, soprattutto se ti liberi di un giocatore che negli ultimi 8 anni è stato il volto della tua squadra, ma gli Hawks hanno preso una delle decisioni migliori (e più importanti) della loro storia.

In NBA è iniziata una nuova era

Con questa trade Atlanta ha scelto di voltare pagina, di abbandonare le certezze e fare un grande passo in avanti verso il futuro. Dopo diversi anni trascorsi in linea di galleggiamento, il front office ha deciso di lasciar perdere la missione del “coprire le lacune di Young affiancandogli dei grandi difensori” e di affidarsi ad un gruppo che può diventare un esempio per tutte le altre squadre.

Guidati dalla crescita esponenziale di Jalen Johnson e da due dei migliori difensori della NBA, gli Hawks possono finalmente tornare a sognare.

E ciò che in realtà nasconde la trade di Trae Young è qualcosa di molto più profondo: sarà sempre più complicato – se non impossibile – vedere giocatori con le sue caratteristiche, ossia dei motori offensivi, fenomenali in attacco ma – allo stesso tempo – terribilmente fragili in difesa, per via di una struttura non all’altezza della (crescente) fisicità della NBA.

Trae Young è stato tra i migliori attaccanti degli ultimi anni, ma in difesa ha cominciato ad essere un problema enorme per i suoi Hawks – che dovevano “proteggerlo” dai continui mismatch cercati dagli avversari: nei 280 minuti giocati quest’anno, Atlanta ha subito in media +15.6 punti ogni 100 possessi con lui in campo (il peggior dato in assoluto di tutta la NBA!).

Trae Young, seduto in panchina prima della trade

Ma quello di Trae non è un caso isolato: in questa stagione, tra i giocatori con l’Usage Rate più alto (USG%) – ossia quelli che guidano l’attacco della propria squadra – solamente 6 su 30 sono playmaker sotto i 2 metri di altezza (meno della metà rispetto ai 13 di dieci anni fa).

Sì, quella di Trae Young è una specie in estinzione.

Impatto difensivo (On/Off Def. Rating)Impatto totale
Brunson+13.6-2.0
Curry+7.1+3.6
D. Fox+3.0-0.4
Ja Morant+2.5-7.8
Westbrook+1.6-2.3
Maxey+0.4+4.4
+4.7-0.8
Tabella che include gli unici playmaker più bassi di 2 metri (6’6”) con l’USG% più alto della propria squadra nella stagione 2025-26

In difesa il “+” è da intendere come negativo (con Brunson in campo i Knicks subiscono 13.6 punti in più ogni 100 possessi, secondo peggior dato tra i playmaker dopo Trae Young).

Notate altro? Sì… tra questi c’è anche il nome di Ja Morant – che proprio in questi giorni è sul mercato e Memphis sta cercando di scambiarlo per la prima volta dal 2019.

Poi ci sono Jalen Brunson (nominato MVP della NBA Cup, negativo per i suoi Knicks nonostante le sue doti offensive), Russell Westbrook (che guida la peggior squadra ad Ovest), De’Aaron Fox (che condivide il backcourt con Dylan Harper e Stephon Castle, nettamente migliori in difesa rispetto a lui), Stephen Curry (per la prima volta in carriera tra i peggiori difensori della NBA) e Tyrese Maxey (difensivamente mai sopra la media nelle sue 6 stagioni in NBA).

Tyrese Maxey in azione con la maglia dei Philadelphia 76ers

Solamente dieci anni fa, nella stagione 2015-16, quasi metà delle squadre NBA (ben 13 su 30, un +117% rispetto ad oggi!) fondava il suo attacco su un playmaker sotto i 2 metri (6’6”). E la cosa più curiosa è che – in media – anche nella metà campo difensiva avevano un impatto positivo sulla propria squadra (-0.4 punti concessi ogni 100 poss.)

Impatto difensivo (On/Off Def. Rating)Impatto totale
Lillard+5.0+0.1
I. Thomas+4.2+3.4
D. Rose+3.1-4.0
R. Jackson+1.4+3.5
K. Walker+1.0+5.4
Harden+0.5+7.8
Mudiay-0.5+1.4
B. Knight-0.7+3.0
Wall-1.0+4.1
Chris Paul-3.4+17.3
Westbrook-3.5+11.7
Schröder-4.4+6.4
Curry-7.3+21.3
-0.4+6.3
Tabella che include i playmaker più bassi di 2 metri (6’6”) con l’USG% più alto della propria squadra nella stagione 2015-16

La NBA sta cambiando e questo confronto ci restituisce due concetti chiave per comprendere il basket moderno:

  • Le analytics e lo studio di statistiche avanzate hanno acuito le difficoltà che derivano dalla presenza in quintetto di un cattivo difensore: soprattutto ai Playoff (quando si giocano almeno 4 partite contro la stessa squadra) gli analyst che lavorano per le squadre NBA conoscono esattamente i punti deboli degli avversari e li sfruttano a proprio vantaggio – come hanno fatto i Pacers con Brunson nella serie dello scorso anno.
  • È sempre più complicato tenere in campo dei cattivi difensori perché i sistemi offensivi della NBA si evolvono continuamente e non esistono più giocatori limitati: quasi tutti sanno tirare o battere il proprio uomo in palleggio. E le squadre NBA vanno proprio alla ricerca di questi profili sempre più completi per assemblare una squadra che non abbia punti deboli in attacco e in difesa.

Cooper Flagg? Un’ala di 2.06m che in attacco sa fare tutto e in difesa era considerato uno dei migliori del Draft. Stephon Castle? Un play alto 2 metri, già candidato ad un quintetto difensivo al suo secondo anno. Wembanyama? Un centro di 2.25m, spaventoso in difesa e incredibilmente completo in attacco. Per non parlare poi di Jalen Williams, Dyson Daniels, Alex Sarr, Cedric Coward – o Darryn Peterson e A.J. Dybantsa che entreranno in NBA il prossimo giugno.

Ovviamente le doti offensive contano e nemmeno poco – tra tutte, la responsabilità nel guidare l’attacco e la capacità di trovare i propri compagni smarcati -, ma quando si arriva ad un certo livello, il più alto della pallacanestro mondiale (dove anche i millimetri separano i Campioni NBA dai secondi classificati), avere in campo un grosso punto debole difensivo è sempre fatale.

Ma… fino a quando?

Negli ultimi anni il cambiamento è stato incredibilmente rapido e allo stesso tempo innegabile: nel 2021 il primo playmaker col miglior impatto difensivo era terzo in NBA (Mike Conley, -10.2), nel 2023 un playmaker era primo in NBA per miglior impatto difensivo (Immanuel Quickley, -12.0) mentre negli ultimi due anni, nel 2025 e nel 2026, i primi playmaker sono scesi al 22esimo (Davion Mitchell, -5.9) e 43esimo posto (Josè Alvarado, -5.9).

Una rivoluzione vera e propria.

La posizione dei playmaker più bassi di 2 metri tra i giocatori NBA col miglior impatto difensivo – dal 2015-16 al 2025-26

Le trade (tra cui quelle di Young e Morant) e i profili dei 19enni scelti al Draft ci spingono a pensare che si tratti di una tendenza che continuerà a crescere anche nei prossimi anni.

L’era dei playmaker sta per finire? È una domanda che fa paura ma in realtà è più che lecita. La NBA sta cambiando davanti ai nostri occhi e – al momento – non sembra voler rallentare

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