New York Knicks, il mercato come unica alternativa
La crisi dei Knicks non è passeggera: difetti strutturali, limiti di roster e un’identità che non decolla spingono New York a interrogarsi su una trade immediata
Dopo il successo in NBA Cup, i New York Knicks sono entrati in una crisi evidente. Una flessione così marcata da far emergere difetti che non sembrano contingenti, ma strutturali, tanto da spingere a una domanda inevitabile: se l’obiettivo è davvero il titolo NBA, ha senso intervenire subito sul mercato?
Anche se potrebbe sembrare, non è la “maledizione della NBA Cup” a spiegare il momento negativo. La squadra di New York ha perso nove delle ultime undici partite, alcune in modo francamente preoccupante.
La sconfitta interna contro una Dallas decimata nel Martin Luther King Day, così come quelle contro Kings e Pistons, raccontano tutte la stessa storia. Il problema non è solo la voglia, ma qualcosa di più profondo.
I limiti già visibili nella scorsa stagione sono ancora lì e, al netto di Jalen Brunson e di qualche fiammata episodica, oggi non si riescono più a mascherare.
Le criticità dei Knicks
Dai 75 punti concessi ai Mavs nel primo tempo al Madison Square Garden fino al -17 finale, la lista dei problemi per la squadra di coach Mike Brown è lunga e tutt’altro che nuova.
- Nonostante gli specialisti difensivi presenti a roster (Anunoby, Bridges, Hart), manca difesa sul punto di attacco
- Protezione del ferro insufficiente, con Towns (al centro di numerosi rumors di mercato) e Robinson poco incisivi e fisicamente dominanti in area
- A parte l’eroismo costante di Brunson (e le fiammate di Kolek), manca una vera creazione secondaria dal palleggio. L’attacco non può dipendere esclusivamente dal giocatore più piccolo in campo
- Atletismo limitato, che rende la squadra lenta nelle esecuzioni offensive
- La squadra sembra funzionare solo con i cinque titolari al completo e in forma. Nonostante l’allungamento del roster, ogni assenza pesa in modo sproporzionato
Quello che nella passata stagione veniva imputato a Tom Thibodeau rischia ora di essere attribuito anche a Mike Brown. Con una differenza sostanziale: se a Thibs si contestava una rotazione corta, a Brown questo appunto non si può muovere.
Il tecnico ha a disposizione più talento, ha coinvolto l’intero roster e ha persino trovato contributi inattesi da Kolek e, a tratti, Diawara. Eppure, i problemi restano identici.
Di chi è la colpa?
Trovare un singolo colpevole non ha molto senso di fronte a mancanze così profonde. Ma se l’obiettivo dichiarato è vincere il titolo NBA, è inevitabile guardare ancora una volta al vertice del coaching staff.
Se l’allenatore chiamato per superare i limiti del passato ripropone le stesse criticità a metà stagione, significa che assetti e idee di gioco non stanno funzionando.
Una lettura, però, rischia di essere semplicistica e pericolosa: assolvere completamente una struttura che presenta carenze di roster correggibili, anche nel breve periodo, purché si abbia il coraggio di intervenire.
Da qui il dubbio centrale: ha senso per i Knicks giocarsi tutto entro la trade deadline? Oppure conviene aspettare e sperare di rivedere la squadra di inizio stagione o quella della coda dei playoff dello scorso anno, culminata con la finale di Conference?
Senza dimenticare che quel percorso fu tutt’altro che dominante: sofferenze contro Detroit e Boston, prima di arrendersi ai Pacers. Ottimo risultato, ma non da schiacciasassi.
Cosa fare e perché muoversi
La prudenza suggerirebbe di attendere. Quando Brunson e compagni sono al massimo, questa squadra ha mostrato picchi importanti, come la vittoria contro San Antonio in NBA Cup.
Il problema è che l’Eastern Conference attuale non è così affollata di contender reali, e rimandare potrebbe significare sprecare una finestra favorevole.
In queste condizioni, i Knicks possono anche immaginare di arrivare lontano, ma contro Thunder o Nuggets le possibilità appaiono limitate.
Leon Rose e la dirigenza hanno davanti difetti sistemici evidenti. Karl-Anthony Towns, protagonista di una delle stagioni offensive più inefficienti della carriera, è il principale indiziato per una trade.
Uno scambio che rappresenterebbe una dichiarazione di fallimento rispetto all’operazione che aveva portato a New York in cambio DiVincenzo e Randle.
Le ipotesi abbondano, spesso fantasiose: da Sacramento (Sabonis ed Ellis), a Portland (Holiday e Grant), fino a un improbabile scenario con Orlando e Banchero. Il tutto mentre l’opzione Giannis Antetokounmpo sembra definitivamente tramontata, vista la volontà dei Bucks di trattenerlo.
In definitiva, per quanto rischioso, appare sempre più chiaro che i problemi dei Knicks non siano risolvibili senza una destrutturazione a stagione in corso. Un azzardo di mercato, forse doloroso, ma potenzialmente necessario per tornare a competere davvero per un titolo che manca dal 1973, oggi rappresentato dal Larry O’Brien Trophy.