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James Harden-Clippers, perché la fine era inevitabile

Nessuna rottura, solo una resa dei conti lucida. Il trasferimento di Harden a Cleveland segna la fine di un progetto ambizioso che non ha mai trovato continuità reale

Tyronn Lue sorrideva mentre vedeva James Harden entrare nel centro di allenamento dei Clippers, martedì pomeriggio. Poche ore dopo, la franchigia avrebbe ufficializzato la trade del 36enne, 11 volte All-Star, ai Cleveland Cavaliers in cambio di Darius Garland e una scelta al secondo giro.

Tutti sapevano cosa stava per succedere. Harden compreso. Eppure era lì, in tuta Clippers, a farsi trattare dallo staff medico e ad allenarsi con alcuni compagni.

Quando un giocatore sta per essere scambiato, di solito non va così. Ma noi vogliamo bene a James. Sono andato da lui e ho iniziato a prenderlo in giro: “Sei strano”. È la sua parola preferita. Ha iniziato a ridere

Tyronn Lue

Un dettaglio che dice molto. Perché questa separazione non è stata traumatica, come in passato. Nessuna richiesta pubblica di trade, nessuna tensione logorante. Solo la presa d’atto di una realtà ormai evidente: l’era dei Clippers iniziata nel 2019 è arrivata al capolinea, come riportato da ESPN.

Un progetto che non ha mai trovato continuità

Dal punto di vista tecnico, Harden era stato l’ultimo grande tentativo. L’ultima scommessa pesante per compensare la fragilità fisica di Kawhi Leonard e Paul George. I numeri, in realtà, non erano nemmeno negativi: nelle due stagioni complete ai Clippers aveva giocato 72 e 79 partite, mentre quest’anno era sceso in campo 44 volte nelle prime 47, prima di fermarsi durante le trattative.

Eppure, come già accaduto a Brooklyn con Durant e Irving, il trio non è mai riuscito a essere davvero disponibile nei momenti chiave. La squadra ha vissuto fiammate importanti – dal Natale in poi i Clippers hanno vinto il 71% delle partite, miglior record NBA nel periodo – ma la sensazione interna era che quel rendimento non fosse sostenibile.

Oggi resta solo Leonard. Ed è lui stesso a dirlo, senza giri di parole:

Serve anche fortuna in questa lega. Con i tiri, con gli infortuni. Volevo provarci ancora, ma non è andata così. Ora siamo qui

Kawhi Leonard

Alla domanda se questa avventura lasci un senso di incompiuto, la risposta è stata secca:

Rispetto a ciò che ci si aspettava? È finita. I giocatori non ci sono più

Kawhi Leonard

Il contratto, le aspettative e il primo vero strappo

Il principio della fine risale all’estate. I Clippers hanno fatto sapere a Harden di non sentirsi a proprio agio nel garantirgli più dei 39,2 milioni di dollari di questa stagione, considerando età e necessità di flessibilità salariale futura.

Dal suo punto di vista, Harden pensava di essersi rimesso al centro della scena: 22.8 punti, 8.7 assist, 5.8 rimbalzi di media e una selezione nel terzo quintetto All-NBA. Riteneva di meritare un’estensione paragonabile a quella concessa a Jimmy Butler dai Warriors (due anni, 111 milioni), coetaneo per età.

Alla fine ha scelto un compromesso: restare a Los Angeles, città natale, firmando un accordo in cui solo 13.8 dei 42.3 milioni del secondo anno erano garantiti, con opzione giocatore e diritto di veto su eventuali trade. L’idea era semplice: se il progetto avesse funzionato, il resto sarebbe arrivato.

Non è successo.

Crollo tecnico, caos dirigenziale e pressione crescente

La stagione è rapidamente deragliata. Prestazioni altalenanti, tensioni fuori dal campo, vecchie ferite riaperte come il brutto strappo con Chris Paul. A dicembre, il record parlava chiaro: 6 vittorie e 21 sconfitte, uno dei peggiori della lega.

È in quel momento che diverse squadre iniziano a chiamare per Harden, Leonard e Ivica Zubac. Il centro croato verrà poi spedito a Indiana per Bennedict Mathurin, Isaiah Jackson e due prime scelte.

Anche il mercato attorno a Harden si riattiva: Houston viene sondato, ma i Rockets declinano. Cleveland invece si muove con convinzione, immaginando Harden come facilitatore ideale per Mobley e Allen, e come alleggerimento per Donovan Mitchell.

Perché Cleveland, perché adesso

Negli ultimi giorni prima della deadline, la trattativa accelera. Harden salta due partite, ufficialmente per “motivi personali”. Un segnale che il resto della lega capisce subito. Quando viene avvistato a Arizona State, mentre i Clippers giocano senza di lui, il messaggio è ormai pubblico.

Harden sa che lo scambio si farà. Decide di non esercitare il veto.

Aveva senso per entrambi. Non volevo bloccare il futuro dei Clippers. Meritano di ricostruire e accumulare scelte. A Cleveland vedo una chance reale di vincere a Est

James Harden

Poi la frase che riassume tutto:

Non ho mai vinto un titolo. E da uomo di basket penso che lì abbiamo una possibilità migliore

James Harden

Un addio maturo, senza macerie

Nessuna porta sbattuta. Nessun veleno. Solo una consapevolezza condivisa.

Nella vita, quando le cose non funzionano, ci sono modi per chiudere senza distruggersi. Forse non vediamo più lo stesso futuro. Forse siamo semplicemente cresciuti in direzioni diverse

James Harden

Harden guarda avanti, verso Cleveland. I Clippers fanno lo stesso, puntando su Garland, 26 anni e due volte All-Star. Entrambi accettano una verità scomoda ma necessaria: questa era non poteva andare oltre.

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