Wembanyama rinuncia a 51 milioni: Perkins, “Pessima decisione”
Secondo Perkins, analista NBA, Wembanyama avrebbe dovuto prendersi tutti i 300 milioni del rinnovo con gli Spurs
Victor Wembanyama ha scelto di legare il proprio futuro a lungo termine ai San Antonio Spurs, ma lo ha fatto ridefinendo i parametri economici delle superstar e innescando un accesissimo dibattito etico-salariale all’interno della lega.
Il fresco vincitore del premio di Difensore dell’Anno (DPOY) ha siglato un’estensione contrattuale da 5 anni per complessivi 252 milioni di dollari. Una cifra astronomica, che nasconde però un clamoroso retroscena: per garantire al front office texano la flessibilità salariale necessaria a mantenere competitivo il roster, il ventiduenne francese ha accettato un taglio rispetto al massimo salariale assoluto a cui aveva diritto, rinunciando a quasi 51 milioni di dollari potenziali.
La decisione, che ricalca da vicino la linea patriottica e aziendalista già tracciata da Jalen Brunson a New York, ha diviso radicalmente gli analisti americani, trovando una sponda di durissima opposizione nei salotti di ESPN.
Il primo a scagliarsi contro la scelta del centro degli Spurs è stato Kendrick Perkins, che ha analizzato la questione:
Anche se per noi il basket è intrattenimento, per i giocatori resta un lavoro. In nessun altro posto di lavoro al mondo viene chiesto alle persone di accettare una riduzione dello stipendio. Non funziona così. Non consiglierei mai a un giovane atleta di lasciare un solo centesimo sul tavolo. Assolutamente no. Devi monetizzare al massimo, specialmente se ti chiami Wemby. Parliamo di un ragazzo che vende magliette, che riempie le arene e che ha riportato San Antonio sulla mappa della rilevanza globale. Per quello che fa e ha già fatto per questa franchigia, ritengo sia stata una pessima decisione
Kendrick Perkins
Sulla stessa lunghezza d’onda si è schierato il collega Vince Goodwill, che ha evidenziato la pericolosità del precedente storico in ottica di equilibri tra il sindacato giocatori (NBPA) e i proprietari delle franchigie. Secondo Goodwill, la scelta di Wembanyama rischia di creare una pressione tossica sui suoi compagni di squadra più giovani, in particolare Stephon Castle e Dylan Harper, entrambi profili da potenziale contratto al massimo salariale nei prossimi anni.
Sebbene Wembanyama possa compensare i 51 milioni mancanti grazie a contratti di sponsorizzazione globali e alla forza del suo brand personale, lo stesso trattamento non sarà automaticamente garantito ai suoi compagni, i quali potrebbero essere indirettamente spinti a imitare il leader della squadra, accettando sconti a tutela del miliardario gruppo societario degli Spurs.
Dall’altro lato della medaglia, la scelta di Wembanyama assume i contorni di un vero e proprio manifesto agonistico. Dopo aver guidato la squadra a una spettacolare quanto sfortunata corsa ai playoff, culminata con la sconfitta alle NBA Finals, Wemby ha capito che per detronizzare le corazzate della Western Conference e inaugurare una dinastia duratura a San Antonio è fondamentale blindare il nucleo della squadra senza intasare il salary cap.
Se dal punto di vista puramente fiscale la sua mossa attira critiche legittime, sotto il profilo della cultura vincente il gesto si colora di una sfumatura di leadership notevole dove la gloria del titolo NBA viene anteposta ai record della contabilità personale. L’esempio di Brunson gli sarà rimasto ben impresso in mente.