Falsi infortunati e trade: la NBA rischia di perdere credibilità
Falsi infortuni, trade imminenti e stelle tenute ai box: da Trae Young a Ja Morant, la NBA si trova davanti a un problema di credibilità che il CBA non può più ignorare
Ja Morant e Jonathan Kuminga oggi, Trae Young ieri. A prescindere dalle motivazioni ufficiali, questi giocatori non stanno scendendo in campo per ragioni che non sembrano riconducibili a infortuni reali. E la questione riguarda direttamente la credibilità della NBA.
Eppure, con l’introduzione della regola delle 65 partite (scelta criticata anche da Giannis Antetokounmpo) e con le tutele previste dall’ultimo Contratto Collettivo (CBA), ci era stato garantito che non avremmo più assistito a assenze volontarie mascherate da problemi fisici.
Una promessa che oggi appare disattesa.
Ja Morant e Jonathan Kuminga risultano indisponibili mentre attendono di capire se qualche franchigia sia disposta a investire su di loro sul mercato, dopo aver manifestato pubblicamente il proprio malcontento verso le squadre che li hanno scelti.
Nel frattempo, la stessa regola delle 65 partite rischia di produrre un effetto collaterale paradossale: premi individuali e quintetti stagionali poco rappresentativi, con superstar come Jokic, Antetokounmpo e Wembanyama potenzialmente escluse a causa di infortuni reali e documentati.
Il punto, però, è un altro. La NBA rischia di perdere credibilità proprio in prossimità della trade deadline, mentre la polemica sulla regola resta sullo sfondo, mai davvero risolta.
Trae Young, il primo della lista
Trae Young è già passato in secondo piano, ed è quasi naturale: la NBA consuma notizie a velocità tale da rendere obsolete anche le breaking news più recenti.
Come noto, Young è stato scambiato a Washington, passando direttamente dalla lista infortunati degli Hawks a quella dei Wizards. Ad oggi, non esiste una data di esordio ufficiale.
Il motivo ufficioso è noto: Washington possiede una protezione top 8 sulla propria scelta al Draft, e vuole preservarla. Migliorare troppo il record significherebbe rischiare di perdere la pick a favore dei Knicks, per precedenti accordi di mercato.
Al netto di quanto Young potrebbe incidere realmente sul rendimento della squadra, la sensazione è che, a trade conclusa, il giocatore venga tenuto precauzionalmente ai box con la giustificazione di un infortunio mai chiarito fino in fondo.
Si parla di una contusione al quadricipite, rimediata in data non specificata, che lo aveva già escluso dalle ultime sei gare con Atlanta. Una diagnosi sufficientemente vaga da poter essere letta come strumentale alla gestione di una trattativa in corso, in accordo tra giocatore e franchigia.
Il caso Ja Morant e quello Jonathan Kuminga
Origini diverse, effetti identici. Ja Morant e Jonathan Kuminga sono entrambi in rotta con le rispettive franchigie, hanno espresso volontà di cessione e ricevuto, in cambio, una disponibilità piuttosto esplicita ad accontentarli.
Nel caso di Morant, il passato extracampo pesa, ma a preoccupare è soprattutto il rendimento svogliato e improduttivo, in evidente frizione con il sistema di coach Iisalo.
L’ex Rookie of the Year 2020 alterna presenze e assenze dalla lista infortunati. Ha viaggiato con la squadra a Berlino per le gare europee, probabilmente per ragioni legate a sponsor e immagine, ma non è sceso in campo nella prima partita.
Poco prima aveva avuto un alterco plateale con un compagno in allenamento, senza mostrare evidenti problemi fisici, per poi farsi vedere attivo dalla panchina durante la sconfitta contro Orlando. Ufficialmente è fuori dal 2 gennaio per una contusione al polpaccio, ma la sensazione è che né lui né la franchigia abbiano particolare interesse a rivederlo in campo.
Diverso, ma non meno problematico, il caso Kuminga. Qui il paradosso è evidente: meno gioca, più perde valore di mercato, quindi è difficile pensare che Golden State voglia davvero penalizzarlo.
Più plausibile che Steve Kerr abbia perso fiducia nel suo inserimento nel sistema. Kuminga fatica sia offensivamente che difensivamente, e il coach non ha mai nascosto un certo scetticismo nei suoi confronti, ormai diventato esplicito.
Esistono anche dubbi legati a professionalità e atteggiamento, meno verificabili ma ormai diffusi. Dubbi che complicano sia una cessione estiva sia una trade immediata, e che la gestione dei Warriors ha contribuito ad amplificare.
Nei fatti, anche Kuminga è fermo dal 2 gennaio, ufficialmente per un dolore lombare poco approfondito, nonostante fosse già fuori dalle rotazioni anche quando risultava disponibile.
E la NBA che può fare?
Che si tratti di una forzatura dei giocatori o di una strategia prudenziale delle franchigie, il rischio è chiaro: normalizzare assenze non pienamente giustificate in vista di una trade.
Non è una novità assoluta – il precedente di Anthony Davis a New Orleans nel 2018/19 resta emblematico – ma oggi il CBA offre strumenti concreti di indagine e sanzione.
Il tema va oltre la regola delle 65 partite, che in questo caso incide marginalmente: questi giocatori non sono in corsa per premi individuali utili a migliorare la propria posizione contrattuale.
Tuttavia, Young e Morant rientrano nella categoria degli “star players”, e come tali non possono restare fuori a lungo senza motivazioni credibili, a tutela del pubblico e dell’integrità del prodotto NBA.
Un’esigenza rafforzata anche dal recente giro di vite post scandalo scommesse, che impone maggiore trasparenza nella comunicazione delle assenze.
La lega ha già multato Sixers e Cavaliers per violazioni simili durante la stagione. Lo stesso principio dovrebbe valere qui, se le situazioni dovessero protrarsi oltre il limite della plausibilità.
Il paradosso è evidente: se Young resterà fuori fino a dopo l’All-Star Game di Los Angeles, una franchigia scavalcata in Lottery dai Wizards potrebbe contestare una gestione apertamente calcolata, seppur difficilmente dimostrabile.
Se la NBA vuole davvero tutelare i consumatori, cioè il pubblico che paga per uno spettacolo di qualità, deve intervenire ora. Altrimenti, il messaggio sarà chiaro: in futuro, basterà un fastidio minimo per saltare settimane di partite in attesa di una trade, senza conseguenze reali.