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LeBron James e il confronto tra epoche NBA: “Giocare oggi non è come negli anni ’90”

LeBron James spiega perché giocare 82 partite oggi non è come negli anni ’90: ritmo, spaziature e nuovi infortuni stanno cambiando il modo di vivere una stagione NBA

Ospite del podcast Mind the Game insieme a Tyrese Haliburton, LeBron James ha offerto una riflessione che va oltre la semplice nostalgia per l’NBA di una volta. Il tema centrale è uno dei più dibattuti degli ultimi anni: gli infortuni, la difficoltà di reggere un calendario da 82 partite e il confronto, spesso superficiale, tra epoche diverse.

Haliburton, alle prese con il recupero dopo la rottura del tendine d’Achille in Gara 7 delle Finals 2024, ha raccontato il lato più duro dell’essere un giocatore NBA oggi. Da lì la conversazione si è allargata, toccando anche la soglia minima di partite giocate per i premi individuali e, soprattutto, le differenze strutturali tra l’NBA degli anni ’80-’90 e quella attuale.

“Il gioco è completamente diverso”

LeBron è stato diretto, quasi didattico, nel voler chiarire un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico:

Giocare 82 partite negli anni ’80 e ’90 non è la stessa cosa che giocarle negli anni 2020. Non lo è. Il modo in cui si gioca, il ritmo, la velocità: oggi è un altro sport

LeBron James

Il concetto chiave non è il numero di partite, ma l’intensità costante. L’NBA moderna vive di spaziature estreme, transizioni continue, accelerazioni ripetute. Un contesto che, secondo LeBron, ha cambiato anche la natura degli infortuni.

“Nuovi” infortuni

James ha fatto un confronto molto concreto tra passato e presente. Un tempo, il pericolo principale era entrare in area:

C’erano quattro o cinque giocatori fermi nel pitturato. Se atterravi sul piede di qualcuno, rischiavi una distorsione alla caviglia e stavi fuori 4-6 settimane

LeBron James

Oggi lo scenario è ribaltato. Il campo è aperto, il gioco è più fluido, ma il prezzo da pagare è diverso:

Ora il nuovo ‘high ankle sprain’ è il polpaccio. Vediamo molti più infortuni ai tessuti molli, ed è una conseguenza diretta del ritmo

LeBron James

Qui LeBron tocca un punto spesso sottovalutato: meno contatti statici, più stress dinamico. Non è un caso che gli staff medici parlino sempre più di carichi, microtraumi e prevenzione piuttosto che di semplici collisioni.

Non una scusa, ma una richiesta di comprensione

Il messaggio di James non è una giustificazione per le assenze o il load management, ma un invito a guardare il contesto con maggiore onestà:

Come giocatori vogliamo stare in campo il più possibile. Ma è importante che i tifosi capiscano che il gioco oggi è diverso

LeBron James

Ed è qui che il discorso si allarga. Quando si parla di premi, presenze minime e percezione dell’impegno dei giocatori, ignorare l’evoluzione fisica del gioco rischia di portare a conclusioni semplicistiche.

Un dibattito che è solo all’inizio

Le parole di LeBron sembrano inserirsi in una discussione destinata a crescere: come bilanciare spettacolo, salute degli atleti e tradizione. Non è solo una questione di nostalgia o di “ai miei tempi”, ma di riconoscere che l’NBA di oggi chiede ai corpi dei giocatori qualcosa di radicalmente diverso rispetto al passato.

E forse, come suggerisce implicitamente James, anche i criteri con cui giudichiamo rendimento, disponibilità e durabilità dovranno evolversi di conseguenza.

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