Perché Chris Paul è stato un vincente anche senza anello

Chris Paul chiude senza anello, ma i numeri raccontano un’altra verità: nessuno nella NBA degli ultimi anni ha inciso quanto il Point God

Chris Paul Point God

Chris Paul ha ufficialmente chiuso la sua carriera NBA dopo 21 stagioni. Nessun titolo, nessun anello al dito. Eppure ridurre la sua eredità a quell’assenza sarebbe un errore storico.

Perché se c’è un giocatore che ha incarnato il concetto di vittoria – anche quando il tabellone finale non gli ha consegnato il trofeo – quello è stato il “Point God”.

Come evidenziato dall’analisi di Sam Quinn di CBSSports, la carriera di Chris Paul dimostra una cosa chiara: pur non avendo mai vinto un titolo NBA, è stato uno dei più grandi vincenti della sua epoca – e lo ha fatto nei momenti in cui la vittoria conta di più.

Chris Paul e il mito del clutch: numeri che sfidano la casualità

Nel basket si tende a trattare il “clutch” come una qualità genetica: o ce l’hai o non ce l’hai. In realtà, le statistiche raccontano altro. Le prestazioni nei finali punto a punto rappresentano un campione ridotto, spesso soggetto a variabili imprevedibili.

Eppure, per oltre un decennio, la presenza di Paul ha prodotto un effetto quasi sistematico.

  • Gli Houston Rockets nel 2016-17 erano 18esimi per clutch net rating. Con il suo arrivo nel 2017-18: primi, con un devastante +27.1
  • Gli Oklahoma City Thunder passarono dall’11esimi posto al primo nel 2019-20, con +24.4 nei minuti decisivi
  • I Phoenix Suns, 21° prima del suo arrivo, raggiunsero il miglior clutch net rating NBA nel 2021-22 con uno straordinario +33.4. Nel frattempo? Una Finale NBA al primo anno

Tra la sua prima stagione da All-Star (2008) e l’ultima (2022), Paul ha vinto il 65% delle gare definite “clutch” dalla NBA. Meglio di LeBron James (64,2%), di Kevin Durant (59,6%) e di Stephen Curry (60,5%).

Nel basket del XXI secolo, poche certezze erano solide quanto questa: con Chris Paul in campo, le partite tirate avevano più probabilità di finire bene.

Il paradosso: un vincente senza titolo

Il problema? La stagione regolare non basta a definire una leggenda. Senza un titolo, il racconto si complica.

Paul entra così nella lista dei più grandi senza anello. Un elenco doloroso, perché nel suo caso non c’è un vero difetto strutturale da indicare.

Non è stato un giocatore che spariva nelle partite decisive. Non ha avuto cali di condizione. Non ha mai smesso di competere. Difensore élite (tra i migliori All-Defense di sempre pur essendo alto appena 1.83), regista impeccabile, leader tecnico e mentale, cinque volte miglior assistman NBA con pochissime palle perse.

Un genio tattico, ossessionato dai dettagli. Una volta riuscì persino a far fischiare un tecnico all’avversario perché aveva la maglia fuori dai pantaloncini.

Era la definizione di “winning player”. Solo che non ha mai potuto completare la frase con un trofeo.

Sliding doors e occasioni mancate

Ci sono errori nel suo percorso? Certo.

Il crollo dei Los Angeles Clippers contro gli Oklahoma City Thunder nel 2014 pesa: due palle perse in 17 secondi e fallo su Russell Westbrook su una tripla decisiva. Una macchia evidente.

Ma quale leggenda non ne ha? LeBron ha il 2011. Kobe il 2004.

La differenza è che loro hanno potuto riscrivere il finale.

Paul no.

La trade annullata verso i Los Angeles Lakers nel 2011 (bloccata dall’allora commissioner David Stern) rimane uno dei grandi “what if” della storia NBA. In gialloviola, accanto a Kobe Bryant, il titolo sembrava una questione di tempo.

Poi c’è il 2015: avanti 3-1 contro gli Houston Rockets, rimonta subita anche per l’improbabile serata irreale di Josh Smith e Corey Brewer.

E soprattutto il 2018. Con gli Golden State Warriors sul 3-2 nelle Finals di Conference, Paul si fa male al bicipite femorale in Gara 5. Houston perderà Gara 7 con un incredibile 0/27 da tre punti. Una delle sequenze più assurde della storia playoff.

Un anno dopo, il rapporto con James Harden si deteriora. Addio Houston.

L’ultimo assalto e il momento supereroe di Giannis

A Phoenix arriva l’occasione più concreta. Finale NBA 2021. Poi in Gara 6 succede qualcosa di epico: Giannis Antetokounmpo firma una prestazione da 50 punti che entra nella mitologia.

La finestra si chiude.

Tra infortuni, pandemia, collassi improvvisi e scelte di mercato, la traiettoria di Paul è stata costantemente sfiorata dall’imprevisto.

Nel 2024 sceglie un ruolo vero con gli San Antonio Spurs invece di una panchina in una contender. “Amo giocare e contribuire”, aveva detto. Una frase coerente con tutta la sua identità.

Quanto pesa la sfortuna nella legacy di Chris Paul?

Il basket è uno sport di dettagli minuscoli: un infortunio, una serie di tiri che non entrano, una decisione dirigenziale.

Giocando cento volte la sua carriera, probabilmente in novanta alzerebbe un trofeo.

In questa linea temporale no.

Eppure il suo impatto resta gigantesco: ogni squadra che ha toccato ha migliorato il proprio livello competitivo. Ogni giovane cresciuto accanto a lui ha imparato a leggere il gioco meglio. Ogni finale punto a punto è diventato più gestibile.

Il titolo non è arrivato. Ma il modo in cui ha insegnato a vincere sì.

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