Edwards da solo non basta: i Wolves rischiano di sprecare i suoi anni migliori

La terza finale di Conference consecutiva sfuma per i Timberwolves, ma parlare di fallimento sarebbe riduttivo. Tra infortuni e attenuanti, Minnesota resta una squadra in piena evoluzione

Anthony Edwards Minnesota Timberwolves NBA Playoff 2026

L’eliminazione contro San Antonio non può non essere accolta con delusione a Minneapolis, perché i Timberwolves avevano abituato – e si erano abituati – alle imprese impossibili supportate da un branco famelico, capace di quadrarsi quando dato per sconfitto.

Era successo nelle ultime due edizioni dei playoff quando, dati per sfavoriti in ogni singola serie, avevano raggiunto due Conference Finals consecutive. Allo stesso modo era accaduto in questa edizione, con il successo contro i rivali di Denver dopo una stagione altalenante e indisciplinata, malgrado le avversità e gli infortuni.

Nel provare ad analizzare come gli Spurs abbiano schiantato Edwards e compagni, più di quanto lo storico apparente della serie suggerisca – sei partite non sono poche – bisogna partire da questo, dai problemi fisici.

Per poi allargare lo sguardo e capire come, nei prossimi mesi, l’executive Tim Connelly dovrà muoversi per mantenere aperta la finestra di successo per i suoi, considerando la necessità di competere con Thunder e Spurs anche nei prossimi anni per raggiungere le NBA Finals.

A meno che, in seguito all’espansione prevista, i Timberwolves non vengano spostati nella Eastern Conference; ma questo è un altro discorso.

Cosa è successo contro gli Spurs

Partiamo dal leader del gruppo, Anthony Edwards, che si presentava con un ginocchio malconcio alla postseason e ha iperesteso anche l’altro nella serie contro Denver, della quale ha guardato la coda mentre lavorava alla riabilitazione.

Apparendo clamorosamente in campo per gara 1 delle semifinali di Conference, vinta in modo inatteso in casa di Wemby.

Detto ciò, al netto delle fiammate proposte, il fatto che abbia giocato privo della sua consueta esplosività e con entrambe le ginocchia limitate era evidente. E lo era altrettanto l’importanza di Donte DiVincenzo in una serie simile, dove allargare il campo appariva fondamentale per sperare di sopravvivere.

Il suo infortunio al tendine d’Achille rappresenterà una tegola anche per la prossima stagione, e lo è stato ampiamente per questa serie. Anche perché altri due possibili tiratori – magari più di volume che di qualità – erano altrettanto acciaccati: Naz Reid con problemi a una spalla, Ayo Dosunmu con un fastidio al polpaccio.

Insomma, la serie contro i San Antonio Spurs nasce e finisce con questi acciacchi e assenze: l’unico modo che coach Finch aveva per sperare di forzare gara 7 era tenere Victor Wembanyama il più lontano possibile dal pitturato attraverso una gravità offensiva generata fuori dall’arco, forzando attacchi al ferro di Randle.

Con l’augurio di vincere i minuti in cui il francese riposava, attraverso fiducia realizzativa e pressione difensiva.

Invece Minnesota ha tirato male dall’arco, faticando in modo palese a costruirsi tiri ravvicinati e subendo la pressione sulla palla degli Spurs, rinfrancata quando Wemby può dominare il pitturato difendendo il ferro con la sua altezza e mobilità.

Dopo la sorpresa di gara 1, probabilmente senza l’espulsione del francese in gara 4 avrebbero perso quattro partite consecutive, perché incapaci di finalizzare con efficacia sia dentro che fuori la linea dei tre punti.

I limiti del roster dei T’Wolves

In modo molto schietto, serve una seconda opzione offensiva affidabile, capace di creare occasioni e costruirsi soluzioni offensive, oltre a un paio di tiratori consolidati, considerando che DiVincenzo salterà probabilmente tutta la prossima stagione.

Il tutto sperando che l’impalcatura difensiva figlia della continuità voluta da Connelly la scorsa estate regga.

Quindi che Rudy Gobert sia in grado di mantenere l’impatto palesato in quella metà campo nella serie contro Denver, dove è stato un fattore malgrado gli anni passino e anche lui non ringiovanisca.

Certo, se ci guardiamo indietro e focalizziamo ciò che i Wolves hanno “perso” negli ultimi due anni, aggiungere il Karl-Anthony Towns che sta giocando da hub offensivo a New York in questa postseason e il neo eletto Most Improved Player Nickeil Alexander-Walker apparirebbe risolutivo.

Quest’ultimo è stato lasciato andare per questioni salariali legate al rinnovo, vista la precedenza di rinegoziazione data a Gobert, Reid e Randle.

Mentre KAT è stato “sacrificato” – principalmente per questioni di flessibilità salariale – per DiVincenzo e il solito Randle: una coppia che il prossimo anno potremmo non vedere.

Il primo per ovvie ragioni già indicate, il secondo perché principale indiziato a partire visto che il ruolo che ricopre in squadra non sembra poterlo assolvere al meglio, e quest’anno è apparso evidente nel corso di tutta la stagione.

Il mercato passa da Randle

Anthony Edwards compirà 25 anni quest’estate e deve essere messo in condizione di competere con un supporto che non può essere riconfermato, visto il passo indietro di quest’anno rispetto ai risultati degli ultimi due.

Non può esserci spazio quindi per una continuità assoluta, pur ammettendo che il terzetto formato da Reid, McDaniels e Gobert non dovrebbe essere toccato.

Anche coach Finch appare in una botte di ferro, al netto delle voci riguardanti la possibile assunzione altrove dell’assistant Micah Nori, che rappresenterebbe una perdita importante.

Guardando al resto, con Donte infortunato all’ultimo anno, restano sotto contratto il rookie Beringer e uno Shannon Jr. che dovrebbe aver consacrato la sua posizione con questa postseason.

Al netto del ritorno dell’immortale Mike Conley e della coppia formata da Ingles e SlowMo Kyle per completare il fondo della panchina, i due principali interrogativi riguardano Ayo Dosunmu e Julius Randle.

Il primo esce da un contratto da 7 milioni e chiederà decisamente di più per restare, mentre il secondo ne guadagnerà 30 milioni, con un anno da 36 milioni garantito e uno da 38 milioni da opzionare nei restanti del contratto.

Scambiarlo sembra complesso, ma è la principale via di risoluzione per la franchigia, che potrebbe abbinargli i giovani a disposizione per aumentare l’appetibilità del pacchetto – quindi Shannon, Beringer e Clark se riconfermato – alla ricerca di un nome importante, capace di poter funzionare da seconda opzione accanto a AntMan.

Tra i free agent dovrebbe riapparire anche l’ex compagno di Dosunmu a Chicago, Coby White, che per peculiarità e scoring veniva indicato come oggetto del desiderio entro la trade deadline, prima che si accasasse a Charlotte e Connelly optasse per Ayo.

Al netto di quanto quest’ultimo piaccia anche per aggressività difensiva, White sarebbe un importante upgrade in attacco con capacità da iniziatore superiori.

Difficile pensare ai Wolves attivi e propositivi nell’asta per Giannis Antetokounmpo, come ipotizzato durante la trade deadline passata.

Sia perché non hanno scelte interessanti e vicine da inserire nella trade – se non la numero 28 di quest’anno e la loro prima del 2028 – sia perché non dovrebbe essere concepito l’inserimento di Jaden McDaniels nell’offerta, incedibile e inestimabile per quanto visto contro i Nuggets malgrado la serie opaca disputata contro San Antonio.

Leggi anche

Loading...