Loading

MVP NBA: Shai Gilgeous-Alexander meritava il premio?

Dalla continuità di Shai Gilgeous-Alexander al calo post-infortunio di Nikola Jokic, fino all’esplosione di Victor Wembanyama: tutti i fattori che hanno deciso l’MVP NBA 2025

Per parlare del premio di MVP stagionale finito nelle mani di Shai Gilgeous-Alexander dei Oklahoma City Thunder (per il secondo anno consecutivo), dobbiamo partire da un dato di fatto: è difficile trovare tre giocatori così impattanti in una singola stagione come lui, Nikola Jokic dei Denver Nuggets e Victor Wembanyama dei San Antonio Spurs.

Tre atleti con caratteristiche differenti, a capo di squadre diverse, capaci di fornire contributi diversamente impattanti, ma più di chiunque altro rimasto indietro.

Parteggiare per qualcuno e polemizzare in disaccordo con il risultato è naturale e probabilmente apprezzato dalla NBA, che costruisce una narrazione attorno ai premi stagionali utile a generare dibattito e traffico di opinioni.

Detto questo, nonostante Shai fosse tra i tre quello con la squadra “migliore” – non a caso campione in carica – ha conquistato il trofeo nel nome della continuità prestazionale, mantenuta a livelli elevatissimi e quasi inediti per sistematicità. Nel frattempo ha anche superato Wilt Chamberlain per un record offensivo come quello delle partite consecutive con almeno 20 punti a referto, record ancora aperto.

Le ragioni della scelta MVP NBA

Proviamo a osservare qualche ragione in più a supporto della scelta, che resta comunque soggettiva, anche considerando criteri molto discutibili che si celano dietro la definizione del premio. Utili a favorire il dibattito che tanto piace alla lega, di cui parlavamo poc’anzi.

Nikola Jokic: perché non ha vinto l’MVP

Se è vero che i numeri non restituiscono tutto, quando si parla di valutazioni, osservare l’andamento di Nikola Jokic – prima a livello analitico e poi con l’eye test – restituisce una delle principali motivazioni della sua mancata vittoria.

Il serbo ha chiuso con numeri impressionanti: quasi 28 punti di media, 12.9 rimbalzi e 10.7 assist, numeri che lo proiettano in testa alle classifiche di produzione stagionale. Il tutto con il 56.9% dal campo e il 38% da tre su 7 tentativi a partita, in linea con le sue migliori stagioni.

La sua stagione, però, è stata divisa in due parti a causa di un infortunio che lo ha tenuto fuori per tutto il mese di gennaio.

Nel mese di novembre ha espresso un livello dominante: 52.3% da tre su 8 tentativi a partita, 32 punti di media con 11.7 rimbalzi e 11 assist, quasi 65% dal campo. Numeri da dominatore assoluto.

Dopo l’infortunio, però, qualcosa si è rotto. Le percentuali al tiro sono calate sensibilmente, con un 30% da tre tra febbraio e marzo fino al 21.4% di aprile. Anche nei playoff, pur non rilevanti per il premio, ha chiuso con il 19% su 6 tentativi a partita.

Le palle perse sono salite oltre quota 4 a gara nei mesi centrali della stagione, mentre anche l’impatto difensivo è apparso meno efficace, soprattutto nelle situazioni di pick and roll, dove è stato spesso attaccato.

Nonostante ciò, i Denver Nuggets hanno chiuso la stagione regolare con una buona serie di vittorie, prima del crollo ai playoff contro i Minnesota Timberwolves.

Shai Gilgeous-Alexander e la continuità MVP

Shai Gilgeous-Alexander ha guidato i Oklahoma City Thunder al miglior record della conference per il terzo anno consecutivo.

Ha anche vinto il Clutch Player of the Year, premio che certifica la sua efficacia nei momenti decisivi, pur giocando spesso in una squadra che chiude le partite prima del crunch time.

In stagione ha mantenuto numeri in linea con l’anno precedente, con un miglioramento iniziale nel tiro da tre e una chiusura al 38.6%, seconda miglior percentuale in carriera.

Dei suoi circa 31 punti di media, quasi 8 arrivano dalla lunetta su 9 tentativi a partita. Questo dato ha alimentato molte critiche sul suo stile di gioco, basato su cambi di ritmo e controllo del corpo.

Parlare di “tutele” appare però riduttivo: più corretto osservare la sua capacità di manipolare le difese avversarie, costringendole spesso al fallo.

La sua abilità nel generare punti facili e mettere in difficoltà gli avversari è un valore decisivo, non un limite. Un fattore che incide direttamente su vittorie e risultati.

Victor Wembanyama e gli altri candidati MVP NBA

Victor Wembanyama ha chiuso al terzo posto. Per impatto su entrambe le metà campo avrebbe potuto anche scalare una posizione.

Ha comunque vinto il suo primo Defensive Player of the Year e sarà con ogni probabilità protagonista per molti anni nella corsa all’MVP.

Discorso diverso per Luka Doncic e Cade Cunningham, penalizzati dal numero di assenze ma protagonisti di stagioni di altissimo livello.

Anche Jaylen Brown e Donovan Mitchell hanno disputato stagioni solide, ma con qualche calo o limite legato al rendimento di squadra.

Leggi anche

Failed to load data