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In NBA è già emergenza infortuni: quali sono le cause?

Troppi infortuni in NBA, e la domanda torna sempre la stessa: si gioca troppo oppure i giocatori non sono preparati a questi ritmi?

La stagione NBA è iniziata da poco più di una settimana, ma la lista degli infortunati è già piuttosto lunga. L’ultimo nome importante ad aggiungersi è quello di Anthony Edwards, costretto a sottoporsi a un’artroscopia al ginocchio destro che potrebbe tenerlo lontano dal campo fino a due mesi.

Un’altra assenza pesante che riporta al centro del dibattito una domanda ormai ricorrente: perché i giocatori NBA si infortunano così spesso?

Le risposte, come prevedibile, cambiano parecchio a seconda di chi viene interpellato. C’è chi punta il dito contro la preparazione fisica, chi contro il calendario e chi, invece, ritiene che il problema sia legato all’evoluzione stessa del basket.

Infortuni NBA, Eddie Johnson punta il dito sulla preparazione

Tra le voci più critiche c’è quella di Eddie Johnson, ex giocatore NBA e oggi commentatore dei Phoenix Suns, convinto che gli atleti abbiano bisogno di una preparazione più impegnativa prima dell’inizio della Regular Season.

È un’epidemia. Servono training camp più lunghi e intensi, per preparare i corpi alle esigenze di una stagione da 82 partite. Giocavamo con le Chuck Taylor di tela e non ci fermavamo come succede oggi

Eddie Johnson

Un confronto diretto con il passato che, però, non tiene necessariamente conto di quanto sia cambiato il gioco negli ultimi decenni. La NBA di oggi è molto diversa da quella in cui giocava Johnson. Non soltanto per il numero di triple tentate, ma soprattutto per la velocità e gli spazi che i giocatori devono coprire su entrambi i lati del campo.

Steve Kerr: “I giocatori corrono più che mai”

A sottolinearlo era stato anche Steve Kerr, che aveva spiegato come l’evoluzione offensiva della lega abbia trasformato radicalmente le richieste fisiche per gli atleti.

Tutti devono difendere fino a sette metri e mezzo dal canestro, perché tutti sanno tirare da tre. Abbiamo i dati: i giocatori corrono più velocemente e percorrono più strada che mai.

Steve Kerr

Il ragionamento trova riscontro anche nei dati analizzati da Caitlin Cooper, che ha evidenziato come questo inizio di stagione abbia fatto registrare, nell’era del tracciamento statistico, valori record per numero di possessi, rapidità delle azioni e pressione difensiva lontano dal canestro.

In altre parole, si gioca più velocemente, si cambia direzione più spesso e si è costretti a coprire porzioni di campo sempre maggiori.

A questo si aggiunge un altro aspetto sottolineato dall’analista Sam Vecenie: i giocatori sono diventati sempre più potenti fisicamente, ma devono utilizzare questa forza a ritmi elevatissimi, sottoponendo articolazioni e legamenti a sollecitazioni importanti.

Un insieme di fattori che potrebbe contribuire a spiegare le difficoltà fisiche di molti atleti, anche se stabilire un rapporto diretto tra l’evoluzione del gioco e il numero di infortuni richiede analisi più approfondite.

Meno partite o quarti più brevi: come può cambiare la NBA?

Se sulle cause le opinioni sono diverse, anche sulle possibili soluzioni manca una visione condivisa.

Steve Kerr è da tempo favorevole a una riduzione del numero di partite della Regular Season, convinto che alleggerire il calendario possa aiutare i giocatori a recuperare meglio. Sam Vecenie, invece, preferirebbe intervenire sulla durata delle singole gare, passando dagli attuali 48 minuti a 40 minuti complessivi.

Un’ipotesi che ha attirato anche l’interesse del commissioner Adam Silver, che in passato ha aperto alla possibilità di introdurre quattro quarti da dieci minuti. Per il momento, però, non ci sono decisioni concrete in questa direzione.

Nel frattempo, la NBA continua a correre sempre più velocemente e gli infortuni restano uno dei temi più discussi della stagione. Il problema è capire quanto ancora si possa chiedere ai giocatori senza ripensare qualcosa nel modo in cui si gioca.

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